di Safaa Odah

Mi sono seduta davanti a un gatto magro, con le ossa sporgenti per la fame, che divorava avidamente briciole di pane secco.
L’ho osservato a lungo, non solo con compassione, ma perché era proprio come noi.
Anche noi viviamo la fame, cerchiamo un boccone, un residuo di vita, un respiro che ci dia un giorno in più.
Il gatto non era estraneo a quel luogo, era parte di quella realtà, di quel dolore che consuma il corpo in silenzio.
Lo guardavo come se guardassi Gaza… affamato, esausto, che lotta per sopravvivere, anche a costo di divorare la crudeltà sotto forma di pane secco.
