Un tredicenne di provincia

di Angela Pavesi
Graffito di Inmotulus

Partendo da Bergamo, dove vivo, prendo la statale 42 e percorro un territorio dove capannoni industriali, serre e villette si fondono con piccoli centri storici; sono i lembi tentacolari della megalopoli padana insinuati tra colline boscose, sullo sfondo le Prealpi Orobie. Dopo una ventina di chilometri arrivo a Trescore Balneario, un abitato diviso dagli altri solo da un cartello. A Trescore sono nata, ho frequentato elementari e medie, ci ho vissuto a lungo e ci torno spesso; si tratta di una cittadina di circa 10.000 abitanti, all’imbocco meridionale della Val Cavallina del quale è il centro più grande.
Inizio a scrivere a pochi giorni dal tentato omicidio della professoressa Chiara Mocchi da parte di un suo alunno di terza media che la ha accoltellata a scuola di prima mattina, a qualche minuto dall’inizio delle lezioni. La notizia è stata subito rilanciata da tutti i media nazionali, ha colpito per via dell’abbigliamento indossato dallo studente (pantaloni militari e una maglia con la scritta vendetta tracciata a mano) e soprattutto per la scelta di filmare l’aggressione con un cellulare appeso al collo. Poche ore dopo è emerso che il ragazzo era in una chat telegram dove aveva promesso di postare il video e dove aveva già diffuso il suo Manifesto, scritto in inglese. Ci si chiede come sia possibile che nessuno abbia potuto intravedere nulla, dove sia maturata una tale determinazione, se il ragazzino sia stato risucchiato in Echo chambers online dove in un gioco di rimbalzi globale un tipico sentimento adolescenziale, quello di odiare tutti, si è cristallizzato in qualcosa di più sinistro. Leggere le rivendicazioni del tredicenne è come gettare lo sguardo in un pozzo di dolore freddo, in un individualismo che arriva a cancellare tutto il resto. Sono echi di galassie che a molti adulti sembrano aliene: la manosphere, con lo stesso vittimismo, e l’ipertrofia del proprio dolore forzata sulle altre, il suprematismo bianco, i gruppi di terrorismo nichilista, Columbine, Utoya, evocate in una chat fatta di rimandi precisi e citazionismo memetico.

È vero che oggi molta vita di ragazzi e ragazze si svolge in rete, un ambiente virtuale dove si instaurano relazioni reali, che suscitano risposte emotive reali.
Prima o poi la realtà immateriale di quei luoghi scende a terra, e si manifesta in maniera più leggibile anche dai non nativi della rete 2.0. Possono essere relazioni nate su internet che portano a incontri in vita reale, (espressione che ho sentito utilizzare spesso da ragazzini) o competenze che diventano fonte di reddito. In questo caso, oltre che leggibili, assolutamente materiali sono le armi ordinate sul web e arrivate a casa, il pennarello rosso su una maglietta bianca, materiale è il corridoio della scuola, la carne e il sangue della professoressa.

Mola mia

Visto che questa materializzazione è avvenuta proprio a casa mia, mi è venuto da pensare al contesto del paese, del territorio. Per come l’ho vissuta io, posso dire che a Trescore la fragilità sociale, mentale, emotiva non e’ di solito associata a quella economica. Siamo nel nord Italia produttivo, quello dei piccoli e medi imprenditori, delle ditte individuali, in una provincia che nel dopoguerra è uscita dalla miseria con l’emigrazione, l’industrializzazione e un’etica del lavoro quasi calvinista. O più precisamente, con la narrazione condivisa di quest’etica, che ha contribuito alla sua costruzione. Una mentalità che delega unicamente al singolo – identificato principalmente come il maschio, il capofamiglia – il raggiungimento di uno status economico di benessere o ricchezza, tramite la propria intensa e prolungata fatica. È considerato normale, un logico prezzo da pagare, che la dimensione lavorativa assorba e cancelli tutti gli altri tempi e aspetti della vita. Insomma, va tutto bene finché riesci a tenerti un lavoro, più questo è faticoso e più sei degno di ammirazione, ma soprattutto non devi lamentarti e non devi mollare. È il mola mia diventato slogan durante il periodo del COVID, del quale questa città e provincia sono stati uno degli epicentri mondiali. Ma mola mia più che una dimostrazione di resilienza e’ un atto che cancella la dimensione emotiva, o meglio la sua condivisione. Sono aspetti che lo storico bergamasco Paolo Barcella ha ampiamente indagato in questo articolo scritto durante la pandemia.

Insomma, da queste parti i panni sporchi si sono sempre lavati in casa, con la vergogna e il silenzio. Negli anni ‘80 in Val Cavallina (e in tutta la provincia di Bergamo) l’ondata dell’eroina è stata uno tsunami, in un contesto anomalo rispetto a quello delle periferie urbane a basso reddito. Poi non se n’è più parlato. Non c’è stata una rielaborazione o una riflessione collettiva. Della cocaina, il cui consumo è tuttora ampiamente e trasversalmente diffuso in tutta la bergamasca si parla ancora meno. È una sostanza performativa, che permette di avere una socialità dopo ore di lavoro massacrante, insomma, intreccia un abbraccio patogeno con lo stile di vita di troppi. Li ho visti e li vedo ancora quelli della mia generazione o poco più grandi, alcuni hanno un tetto sopra la testa solo perché sono ancora sostenuti dall’economia della famiglia di origine, mentre i loro stipendi vengono bruciati nei bar, a bere finchè non si regge più e allora poi si chiama lo spacciatore. Li ho visti e li vedo i rapporti di genere feroci, le ragazze catalogate come mogli o sgualdrine, le ho viste e le vedo le traiettorie di vita che seguono tracce precise, previste ma non desiderate. Vedo anche i nuovi abitanti del territorio che restano ai margini socio-economici, a lavorare senza contratto nei cantieri e nelle serre, ad abitare nelle case e nelle zone peggiori.

Restano ai margini come quei due ragazzini neri che quest’estate sbirciavano nel capannone di una sagra di paese senza osare entrarci. Vedo i figli dei miei coetanei che si ritrovano la sera, mettendo qualche euro a testa per comprare alcool forte al supermercato, da consumarsi all’aperto, seduti uno accanto all’altro senza parlare, gli occhi fissi sui cellulari. Alcuni anziché raccogliere soldi fra loro rubano. Ma cosa c’è sul territorio di dedicato a loro? A parte l’oratorio – che ultimamente è meno attivo rispetto a qualche anno fa – non c’è nulla per ragazzi e ragazze, mi raccontano amiche con figli adolescenti. Non dico che un’offerta strutturata, pubblica, laica, diversificata e gratuita di attività o strumenti dedicati all’adolescenza e preadolescenza soddisferebbe ogni tipo di bisogno, ma si tratta comunque di un’urgente necessità.

Il Tredicenne di Trescore, come è ormai stato battezzato in vari articoli, nel suo testo di rivendicazione dice che la noia lo ha spinto all’azione. La noia di una piccola esistenza se paragonata alla vita eccezionale proposta dalla rete, un unico modello che ti grida di essere speciale, moltiplicato in un pulviscolo di versioni degne di colonna sonora, anche se dura 20 secondi come nei reel di tik tok.

Il Tredicenne, i Maranza, i Boomers

L’altro giorno mia madre ha portato il cane al parco accanto alle scuole medie e una signora si è avvicinata suggerendole di andarsene perché lì c’era “pieno di tredicenni.”
Nelle varie pagine Facebook locali in molti e molte discutono in modo acceso per stabilire chi siano i veri responsabili dell’accoltellamento. Tre i principali candidati; i genitori che non sono più capaci di imporre disciplina, o che mandano i figli dallo psicologo anziché fargli passare l’estate “a carriola e badile, è quella la vera psicologia”. Gli stranieri e i loro figli maranza, che portano con loro la “cultura del coltello e influenzano i nostri”. In tanti chiedono che origini abbia il ragazzino, alcuni rispondono “ho sentito dire che lui è italiano, ma la mamma è straniera e il padre è convertito”. Responsabile anche la scuola, i professori, che sono frustrati e a volte umiliano i ragazzi, “dicono che la Prof. sia molto severa”. Sulle stesse pagine i post che riportano atti vandalici e bullismo nei pressi delle scuole superiori di Trescore sono dello stesso tenore: servono due sberle, deve intervenire la polizia, rimandateli a casa loro.

In ultima analisi, in linea con un purtroppo diffuso sentire comune verso gli adolescenti, il solo responsabile di questo atto sembra essere il ragazzo stesso, sostenuto da una società troppo morbida. Qualcuno evoca una dimensione più complessa, che vada oltre la responsabilità dei singoli – che siano genitori, insegnanti, adolescenti – e sottolinea la mancanza di welfare territoriale, ma viene subito redarguito: “Vengono su come bestie perché continuate a scusarli”, “Dovrebbe essere responsabile penalmente, anche se ha meno di 14 anni”.

Individualismo di provincia

Ripenso ai commenti sul bullismo diffuso fra i ragazzi di oggi, a quella che viene considerata come violenza innata, a volte definita moderna, altre da importazione. Come se nel passato locale non si nascondessero anche i panni sporchi della violenza, oltre a quelli delle dipendenze. Trescore e la Val Cavallina negli anni ‘70 e ‘80, diversamente dal capoluogo e da altri angoli della provincia, non sono state attraversate dall’esperienza di gruppi politici di sinistra extraparlamentare, scivolati in alcuni casi nella lotta armata. È stata però patria di bande organizzate dedite alla rapina di banche e uffici postali, che si sono spinte oltre i confini della regione, a volte dello stato. Mi hanno colpito le parole di uno di questi rapinatori e di suo fratello rispetto alle motivazioni di quei gesti: “Non sappiamo nemmeno noi… Così, all’improvviso, non certo perché avevamo bisogno di soldi… solo che ci sembrava così facile”, “Erano molti i ventenni rapinatori a Trescore e nella Val Cavallina. Si rapinava una posta la mattina per poi spendere il bottino la sera in compagnia di belle ragazze […]. Era un fenomeno tipico degli Anni Settanta, quasi una moda che si era sparsa in tutta la nostra valle”. Forse è da tempo che da queste parti per bisogni e disagi soggettivi si cercano risposte individuali: la dedizione al lavoro, l’effetto delle sostanze o varie forme di soldi facili, anziché soluzioni collettive e strutturali.

La rabbia e il dolore

Scrivendo, mi sono chiesta se non mi fossi troppo concentrata sul contesto locale di questo tentato omicidio. Dal 25 marzo, data dell’accoltellamento, ho letto di altri due giovani italiani che sono stati per fortuna intercettati prima di compiere attentati simili a quello di Trescore. In entrambi i casi si trattava di ragazzi con posizioni riconducibili al radicalismo suprematista bianco e misogino. Entrambi i giovani vivevano in località di provincia.
Poi, il 2 Aprile, la notizia che in una scuola superiore di Bergamo uno studente di un altro istituto avrebbe interrotto una lezione chiedendo di poter parlare con una studentessa; al rifiuto dell’insegnante il ragazzo si sarebbe lanciato da una finestra aperta, salvato dal professore che l’ha preso per le gambe. In meno di due settimane, a pochi km di distanza, un ragazzo tenta di uccidere una professoressa e un professore ferma un ragazzo che tenta di uccidersi. La stessa prof. Mocchi è ancora viva grazie all’intervento, fra gli altri, di un alunno. Gli insegnanti che incontro per lavoro mi parlano di autolesionismo e di bullismo, di ambulanze che intervengono quotidianamente nelle scuole, ma anche di studenti che si prendono cura dei compagni, marcandoli stretti dopo la condivisione di ideazioni suicidarie, di ragazzi e ragazze che si fermano volontariamente a scuola oltre l’orario di lezione per partecipare a progetti legati alla tutela ambientale e alla coesione sociale. Mi dicono che ci sarebbe bisogno di risorse educative, fuori e dentro la scuola, per fronteggiare le diverse fragilità, che gli interventi che riescono ad attuare sono efficaci ma sostenuti principalmente da insegnanti che mettono a disposizione gratuitamente il loro tempo, per progetti collettivi ma anche sostegno e ascolto individuale.
Per tornare al mio interrogativo, credo che, come spesso accade, sia necessario considerare un intreccio di dimensioni: la dimensione globale, con ambienti virtuali che amplificano e strumentalizzano il dolore e la rabbia di giovani e giovanissimi, la dimensione regionale, con uno stato che taglia le risorse per la scuola e il welfare, che attacca l’educazione affettiva e sessuale; la dimensione locale, con una mentalità diffusa che da sempre tratta le espressioni di fragilità e disagio come una questione soggettiva.
Ho pensato ad alcuni passaggi del libro La periferia vi guarda con odio, come nasce la fobia dei maranza, di G. Seroussi, rispetto al ghetto urbano come origine della musica rap. Perché c’è un dolore che emerge, che deriva da una compressione sfacciata dei diritti in contesti di marginalità sociale avanzata, e che può finire per generare rivendicazione, auto organizzazione, cultura. Ma esiste anche una sofferenza a bassa intensità, che rimane sotterranea e finisce per marcire.
Quindi, se quella che è stata definita come la prima Columbine italiana si è materializzata proprio in questo territorio, forse non è un caso. Il brodo di coltura è proprio il tessuto della provincia, quella italiana come quella statunitense, una trama che può essere sgualcita e arida, fatta di tante solitudini, dove il disagio non riesce ad essere nominato e guardato come condizione strutturale, non spinge a creare reti di solidarietà, ma emerge carsicamente in sempre rinnovate forme di autodistruzione e violenza.

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