Io e la natura | 12° puntata

Cronache di una cittadina trapiantata su un selvaggio bricco del cuneese

di Manù

 

Se la strada fosse meno lunga e tortuosa sarebbe più agevole muoversi.
Se fossi meno apprensiva gli animali mi darebbero meno lavoro.
Se fossi ricca farei asfaltare il pezzo sterrato.
Se i bidoni fossero più vicini non sarei sommersa dalla spazzatura.
Se fossi più aggressiva nel chiedere avrei qualche servizio in più.
Se mia nonna avesse le ruote sarebbe una carriola.

Sotto il lavello della cucina la situazione topi sembra migliorata. Trovo poche tracce e quando la gatta Baby, memore delle sue mansioni di acchiappatopi, mi chiede di entrarci ne esce con le fauci vuote.
In compenso un ratto che secondo me a occhio supera i 300 grammi di peso si è intrufolato in cantina e poi non trovando vie di uscita si è messo a rodere la finestra, ha tirato giù bottiglie dagli scaffali, rosicchiato mele.
Un disastro.

 

Finora, volendo aiutare il mio vicino cieco a fare la legna e avendo paura di usare la motosega, gli tenevo fermo il pezzo di legno mentre lui lo tagliava.
Abbiamo sempre fatto così e mi sembrava normale.
Un dì, sentendomi chiedere per la decima volta – Dov’è il pezzo che devo tagliare, non lo vedo! – mi ha colpito come una folgore il dubbio che non fosse così normale che un cieco usasse la motosega e mi sono chiesta per quale bislacco motivo io mi sentissi più al sicuro nella parte di quella che tiene fermo il ciocco di legno.
Gli ho proposto di far cambio, così adesso lui tiene e io taglio e la mia paura di usare la motosega è stata superata.
A volte un semplice cambiamento di prospettiva è risolutivo.

 

Come casalinga faccio schifo.
Maneggio sicuramente più volentieri un trapano, un decespugliatore o un falcetto, che non un ferro da stiro o un aspirapolvere.
Di per sé non sarebbe un problema se non fossi anche in questo caso combattuta tra due opposti inconciliabili.
Vorrei avere sempre una casa perfetta ma sono disordinata e odio i lavori domestici.
D’altronde ho sempre guardato con diffidenza le persone maniache dell’ordine e della pulizia.
Da qui un certo conflitto interiore.
In casa è un delirio di oggetti sparpagliati ovunque, di piatti da lavare accumulati nel lavello, di soffitti colonizzati dalle ragnatele e di polvere che regna sovrana.
In compenso gli abiti nel mio armadio sono suddivisi per genere e colore e tutte le volte che entro in casa mi tolgo le scarpe, fosse anche 100 volte al giorno.
Ai gatti Baby e Bibo il disordine piace molto e contribuiscono ad esso in larga misura.
Loro, che le scarpe non se le tolgono, amano fare a brandelli tutto ciò che è di cartone, sgattare negli armadi alla ricerca di un morbido giaciglio, spalmare per casa parti anatomiche di topo.
Il cane Michi, confuso e felice, si pulisce la bocca sul divano e il sedere sul pavimento.

 

Io mi consolo con pensieri di ecologismo: accumulando i piatti sporchi risparmio acqua e detersivo, se uso poco l’aspirapolvere consumo meno energia elettrica, e l’esercito di ragni che abita in casa mia mi aiuta a debellare gli insetti molesti senza l’uso di insetticidi.
Poi quando non ce la faccio più mi lancio in un repulisti che rasenta la perfezione e che di solito dura tra i 15 e i 45 minuti.
I momento di imbarazzo più grande lo provo quando vengono a trovarmi i vicini del fine settimana, dei veri fissati per l’ordine e la pulizia, che non amano particolarmente gli animali e mai ne farebbero entrare uno in casa.
Anche il loro capanno degli attrezzi è impeccabile e ho visto lei fare il raccapricciante gesto di chinarsi a raccogliere una fogliolina sfuggita al rastrellamento del marito in mezzo al cortile.
Vengono duramente puniti da anni, in quanto tutti gli animali presenti, ultimi arrivati compresi, nonostante il territorio sconfinato che hanno a disposizione prediligono proprio il loro cortile per defecare. Nel caso di Bibo anche il loro orto, dove va a fare i suoi bisogni nei pomodori, con un’espressione di vera estasi.
Così io, armata di scopa e paletta, pulisco molto più spesso l’esterno di casa loro che l’interno di casa mia.

 

Al mattino, quando è sereno, in compagnia della fedele Linda, cerco di prendermi un momento di pausa.
Vado a sedermi davanti all’ex fienile, dove batte il sole e la vista è magnifica.
Chiudo gli occhi e aspetto che quel che sembra il caotico cinguettio di una miriade di uccellini si riveli per quello che è: uno scambio di botta e risposta, un dialogo a due che si incrocia con quello di altri due e altri due e altri due.
È preciso e coerente, fatto di frasi lunghe e corte, di pause e cambi di tono, da dolce a indispettito.
Pagherei per sapere cosa si dicono.

L’abbattimento di un certo numero di alberi in primavera anziché in autunno mi ha dato la possibilità di fare delle riflessioni, seppur ovvie, sul celeberrimo effetto farfalla in versione ridotta e personale.
Scegliere il momento sbagliato per questo tipo di attività significa, tra le altre cose, fare una strage di nidi diminuendo in modo esponenziale il numero di esemplari che si ciba di larve presenti nella fioritura delle mie piante da frutta, che nella migliore delle ipotesi mi daranno un raccolto interamente bacato, nella peggiore si ammaleranno per eccessiva infestazione da parassiti.
Meno nidi vuol dire anche meno cibo per i pulli di uccelli predatori e cuccioli di faine e simili, e quindi meno predatori adulti di vipere e topi, i quali a loro volta per abbondanza di cibo stazioneranno in gran numero intorno a casa mia.
Partendo da molto vicino si arriva lontano e mi viene in mente che io, facendo un’azione banale come acquistare una padella antiaderente a basso costo, lavorata con sostanze tossiche da bambini di un altro continente, mi rendo responsabile, seppur in minima parte, dell’aumento dello sfruttamento e mortalità infantile, dell’inquinamento e di conseguenza del surriscaldamento del pianeta che fa sì, come è successo di recente, che si stacchino enormi blocchi di ghiaccio un tempo eterno su qualche montagna dell’Himalaya, investendo i villaggi sottostanti, portando morte e distruzione.
Così non ho scampo durante le mie notti insonni, quando crucciandomi per i mali del mondo mi chiedo cosa davvero mi riguardi, perché la risposta è una sola.

Tutto.

 

Foto di Manù e Andrea Ferrante
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