Feticci in bilico

di Redazione
Vignette di Liza Donnelly

 

A pochi mesi dalle elezioni, negli Stati Uniti si lavora alla demolizione dei feticci.
In Italia, la statua di Montanelli è in bilico ai Giardini pubblici di Milano. Il movimento delle donne fa la sua parte, simbolicamente e attivamente. Ne abbiamo scritto in Polemiche su una faccia di bronzo.
Su Internazionale Ida Dominijanni racconta per filo e per segno chi è “l’uomo che il comune di Milano ha voluto immortalare in una statua, che l’establishment giornalistico di oggi considera intoccabile anzi “sacro”, che il presidente del consiglio ritiene giusto tutelare dalla “furia iconoclasta” e dall’“oltraggio alla memoria di persone che hanno avuto un ruolo nella nostra storia culturale, civile, politica, istituzionale”. Che nella storia nazionale Montanelli un ruolo in effetti l’abbia avuto è indiscutibile: ma quale? È lecito porsi e porre questa domanda senza peccare di lesa maestà? Davvero quel ruolo va difeso e tutelato dalla dissacrazione di quante e quanti oggi dipingono di rosa e di rosso la sua statua e ne chiedono la rimozione? E quella corale difesa che si leva da allievi e ammiratori dell’intoccabile che cosa difende davvero?
Al centro delle polemiche di oggi c’è il Montanelli del 1936, l’ufficiale fascista che parte per la campagna d’Etiopia, si prende in affitto (“era un leasing”, parole sue) Destà, una schiava (“una scimmietta”, la chiama lui) dodicenne infibulata e, “faticando a superare il suo odore”, ne fa uso e abuso sessuale facendosi aiutare dalla madre di lei a “demolirla”, ovvero a sfondarne l’infibulazione. La circostanza, più volte confermata dallo stesso Montanelli senza un’oncia di rimorso, pentimento e nemmeno ripensamento, unisce due gravi fattispecie di reato, la compravendita di un essere umano e lo stupro di una minorenne, ed è corredata e corroborata da un cospicuo numero di successive dichiarazioni dallo stesso Montanelli sulla superiorità della razza bianca su quella nera, a sostegno e legittimazione dei propri trascorsi africani.”
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Mentre una nuvola nera perseguita Trump, una pioggia di vernice e di inchiostro femminista minaccia Montanelli e i suoi sodali. Sempre su Internazionale, Silvia Ballestra sfata il mito del grande giornalista: “Colpisce che la schiera degli indignati speciali per qualche latta di vernice sia composta da maschi, bianchi, sopra i cinquanta, in posizioni di potere. Tutti giornalisti. C’è da chiedersi: come mai? È solidarietà di categoria (giù le mani dal grande collega)? O la lettura è storica? O politica? Tutto si intreccia. Ma come mai c’è una statua, a Milano, dedicata a un personaggio così controverso? Perché si è sentito il bisogno di un omaggio di tipo ottocentesco, quando busti e statue non usano praticamente più?
Sarà dedicata al Montanelli il grande storico? Poco credibile, perché la sua Storia d’Italia scritta a sei mani con Roberto Gervaso e Mario Cervi è un bignami in 22 volumi sul quale nessuno storico baserebbe un’analisi seria.
Sarà dedicata al giornalista che “scriveva bene”? Questo sarebbe da discutere, perché non risulta che in Italia si siano costruite statue per persone che – pur con qualche scheletro nell’armadio – “scrivono bene”. Che motivazione sarebbe? Ognuno potrebbe esercitarsi sui suoi autori preferiti e per Milano, anche senza scheletri nell’armadio, la lista sarebbe già lunga.”
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