Confindustria: tutto a noi, niente agli altri

Intervista a Matteo Gaddi, ricercatore della Fondazione Sabattini (Fiom-Cgil)

di Redazione
Vignette di Pat Carra

Il 28 agosto il presidente Carlo Bonomi ha inviato a Confindustria una lettera interna, dettando dieci punti che sembrano tavole della legge. In un articolo su volerelaluna.it, Marco Revelli parla di ”un intreccio di vittimismo e prepotenza (piagnone e predatore insieme)” che caratterizza le esternazioni di Bonomi, un tratto non solo della sua personalità, ma della collettività che rappresenta, quell’imprenditoria nostrana in bilico da decenni tra incapacità, degrado e arroganza sociale. Pensi che nel mondo dell’impresa ci siano crepe e opposizioni sotto traccia nei confronti della sua dirigenza?

La Confindustria di Bonomi sta portando avanti in maniera lucida e scientifica la sua lotta di classe contro lavoratori e lavoratrici. La lettera inviata alle organizzazioni aderenti a Confindustria in agosto ha un duplice scopo.
Il primo è quello di dare la linea: piena libertà di licenziamento, dopo aver incassato generosi aiuti pubblici; riforma della cassa integrazione per ridurre gli oneri delle imprese; gestione delle crisi industriali liberando le imprese da lacci e lacciuoli; attacco al contratto nazionale, che non dovrebbe riconoscere aumenti salariali ma “nuove metriche per la produttività”; interventi sul sistema pensionistico e sgravi fiscali.
Il secondo obiettivo è quello di stringere i ranghi di Confindustria: a proposito del programma, Bonomi scrive “devo chiedere a tutti voi di sostenerlo con chiarezza e fermezza (…) se non saremo uniti negli obiettivi per cui ci battiamo, nel respingere le polemiche e anche i tentativi di intimidirci, allora diventerà ancora più improbo il tentativo di trasformare l’Italia”.
Questi passaggi così duri indicano che alcune crepe si sono già aperte: basti pensare che alcune organizzazioni padronali hanno sottoscritto il rinnovo del contratto con i sindacati, in rottura con Federalimentare e Confindustria. Non è dato sapere quanto siano estese queste crepe, ma credo vadano seguite con attenzione.

Bonomi si difende dall’accusa di avere osteggiato le zone rosse nelle aree industriali, scaricando tutta la colpa sul governo. Chiede uno scudo perché le imprese siano sollevate dalla responsabilità penale in caso di contagi, cita a questo proposito i presidi delle scuole che hanno fatto la stessa richiesta.

Un comunicato stampa di Confindustria Lombardia dell’11 marzo, quando il governo decideva di chiudere l’Italia tranne le fabbriche, sosteneva che è indispensabile la necessità di tenere aperte le aziende, dando continuità a tutte le attività produttive e alla libera circolazione delle merci”. Il 22 marzo Confindustria con una lettera a Conte ha “dettato” al governo come modificare le chiusure attraverso i codici Ateco per mantenere aperte più imprese possibili. A inizio aprile, un documento di Confindustria Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna affermava che “prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali”. Se tutto ciò non significa aver osteggiato i tentativi di chiusura!
Secondo il nostro codice civile e il Testo Unico sulla salute e sicurezza, l‘imprenditore è tenuto ad adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Confindustria vorrebbe una sorta di scudo penale generalizzato. Ma senza un meccanismo sanzionatorio serio, come si può ottenere il rispetto delle norme?

Non c’è neanche ora, da parte di Confindustria, una proposta per migliorare o tutelare la salute dei lavoratori e delle lavoratrici.

Nella grande maggioranza delle fabbriche le condizioni di salute e sicurezza sono state conquistate grazie all’intervento dei delegati sindacali, e alle lotte di lavoratrici e lavoratori. I protocolli per la sicurezza anti-Covid sono stati adottati quasi ovunque, ma un conto sono le previsioni sulla carta, un altro le condizioni concrete di lavoro. Molto spesso ci siamo scontrati con i tentativi delle imprese di intensificare i ritmi di produzione, anziché ridurli, per recuperare i volumi persi nei mesi precedenti, durante il lockdown.
Le imprese ritengono che l’organizzazione del lavoro – i ritmi, i tempi assegnati, i volumi, gli organici – sia di loro esclusiva competenza e negano in ogni modo la possibilità di contrattare. Non si può ragionare di salute e sicurezza se non si mette in discussione il modo di lavorare che è stato scientificamente progettato per aumentare lo sfruttamento dei lavoratori.

Quando parla di imprenditori “rivoluzionari” Bonomi scatena ilarità e nello stesso tempo preoccupazione. La sua idea di una Confindustria/partito è eversiva, secondo te?

È un’idea che cerca di stravolgere l’attuale assetto di relazioni sociali e sindacali, già pesantemente intaccato, a esclusivo vantaggio delle imprese. Bonomi lo fa con un impeto e una sfrontatezza che i suoi recenti predecessori non hanno avuto. Ma in fondo molte delle cose che dice si inseriscono in un solco tracciato da anni: lo stravolgimento dello Statuto dei Lavoratori nel 2015, l’attacco al Contratto Nazionale di Lavoro nel 2011, gli strappi ai diritti sindacali dati da Marchionne nel 2010 /11. Per non parlare dei processi di privatizzazione, avviati a inizio anni ’90, degli interventi sul sistema pensionistico (legge Dini del 1995 e legge Maroni del 2007), delle riforme del sistema pubblico di collocamento, del sistema di ammortizzatori sociali… Mi fermo qui per non farla troppo lunga, mi limito a dire che Bonomi sta rappresentando, senza infingimenti, il tentativo di mettere l’impresa al centro senza alcun contrappeso: tutto, dal lavoro allo Stato, deve essere piegato e “riformato” a suo vantaggio. Prova ne sono i generosissimi provvedimenti che questo governo adotta a favore delle imprese: liquidità, incentivi e finanziamenti che preferisco chiamare con il loro vero nome: “regali” senza nessuna contropartita in termini sociali. Bonomi sta cercando di sfruttare l’attuale crisi per accelerare questo disegno.

Ristrutturazioni e reindustrializzazioni devono essere seguite da due diversi ministeri, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo economico. Che cosa significa questo per i lavoratori?

È molto semplice. Se una crisi viene seguita soltanto dal Ministero del Lavoro si concluderà, al massimo, con un po’ di cassa integrazione e tante belle promesse di ricollocazione dei lavoratori – nella mia esperienza quasi mai concretizzate. L’impresa chiude e tanti saluti a chi ci lavora. Se, al contrario, viene previsto anche il coinvolgimento del MISE rimangono aperte possibilità di intervenire anche sul piano industriale con un ampio ventaglio di strumenti per individuare soluzioni che consentano la continuità produttiva. Si tratta di possibilità, non di certezze. Ma comunque esistono queste possibilità per cercare di difendere i posti di lavoro, invece di ricorrere semplicemente a forme di assistenza a breve termine. Anche in questo Bonomi è brutale: se un’impresa decide di chiudere, magari perché delocalizza all’estero, lo Stato non deve intromettersi, ma limitarsi a qualche forma di tamponamento sociale delle conseguenze. È l’esatto opposto di quello di cui avremmo bisogno: a fronte sia dei comportamenti soggettivi dei padroni che della portata della crisi, serve un intervento pubblico molto più forte ed efficace di quello che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni.

Come si prepara il mondo del lavoro e sindacale, quali conflitti prevedi?

I conflitti sono già iniziati a livello di singole aziende a seguito dei tentativi di espellere forza lavoro. Presumo che con l’approssimarsi della fine del blocco dei licenziamenti saranno sempre di più le imprese che tenteranno attacchi a lavoratori e lavoratrici. Soprattutto se il governo continuerà a non assumere provvedimenti anti-crisi degni di questo nome.
Al momento posso solo dire che i prossimi mesi si preannunciano molto caldi e che bisognerà farsi trovare pronti.

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