La sirena delle fabbriche contro il primato dell’economia

Intervista a Matteo Gaddi e Nadia Garbellini

di Pat Carra

Alla fine di febbraio, quando in Italia e soprattutto in Lombardia esplode la pandemia, nelle fabbriche emergono due fronti: da una parte, Confindustria e gli imprenditori arroccati sul produrre a tutti i costi; dall’altra, operai e operaie preoccupati per la vita e la salute.
Per giorni, il conflitto sembra restare sotto traccia, ma l’allarme risuona come una sirena. Chiediamo a Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, autori di due ricerche sui settori essenziali e sulla liquidità delle imprese, di tradurre i numeri in storie e di raccontarci mosse e contromosse di industriali, lavoratrici e lavoratori, governo, sindacati durante la tempesta del coronavirus.
Matteo e Nadia fanno parte del Comitato scientifico della Fondazione Claudio Sabattini, nata nel 2006 su impulso di Fiom-CGIL.

In marzo si accendono i primi scioperi spontanei nelle fabbriche del nord, solo a questo punto qualcosa si smuove. Che cosa succede?

Dopo la conferenza stampa dell’11 marzo, in cui Conte dichiarava che si doveva chiudere tutto tranne le fabbriche, gli scioperi sono dilagati ovunque. La protesta si concentrava contro le condizioni di lavoro: senza dispositivi di protezione, senza mantenere le distanze minime in reparti e linee, spogliatoi e mense, tutti ambienti sovraffollati e mai sanificati. Confindustria ha fatto pressioni enormi per evitare che il governo sospendesse le attività produttive, e lo ha pure rivendicato pubblicamente, facendo infuriare tanta gente. Se la sua parola d’ordine era “l’Italia non si ferma”, quella operaia era “non siamo carne da macello” e “la salute viene prima dei vostri profitti”.

La patata bollente a questo punto passa alle istituzioni.

Il governo si è reso conto che la situazione non era più gestibile, anche perché le due categorie industriali più interessate, metalmeccanici e settore chimico-tessile-gomma-plastica, proclamavano tanti scioperi. La Fiom ne ha indetto uno nazionale degli operai metalmeccanici dal 12 al 29 marzo, coprendo in questo modo chiunque volesse scioperare in quell’arco di tempo. In un crescendo di conflitti, finalmente il governo è intervenuto con il primo decreto del 22 marzo, che ha fornito un elenco dei settori essenziali, gli unici che potevano continuare la produzione. Ma l’elenco era ancora troppo ampio, così gli scioperi sono andati avanti. Il 25 marzo, durante lo sciopero in Lombardia di Fiom, Filctem e SLC – le principali categorie industriali della CGIL – il Ministro dello Sviluppo economico ha ridotto con un secondo decreto il numero delle attività essenziali e dei lavoratori, tra cui i più esposti sono sempre quelli delle fabbriche, perché quelli degli uffici possono fare smart working. Dai nostri calcoli, risulta che la riduzione riguardava circa il 90% degli operai metalmeccanici, un risultato davvero importante.
Ma ecco spuntare una scappatoia! Nel decreto viene inserita una norma che apre la porta alle autocertificazioni e consente alle imprese di rientrare di soppiatto dalla finestra, semplicemente comunicando ai prefetti di produrre per i settori essenziali.

La vostra ricerca dimostra che l’approccio adottato dal governo per individuare le attività essenziali è sbagliato. Il mondo delle imprese continua a temere la morte del primato economico e non demorde. Come rilancia il sindacato?

Il sindacato è stato costretto a rincorrere le migliaia di autocertificazioni presentate dalle imprese, da una parte per indurre le prefetture a sospendere quelle ingiustificate, dall’altra per contrattare o scontrarsi con le aziende, e mantenere le chiusure. Il governo avrebbe piuttosto dovuto individuare le imprese che producono beni e servizi davvero fondamentali – sanità, agro-alimentare, gas/energia, acqua, rifiuti, telecomunicazioni, una parte dei trasporti, pubblica amministrazione – e pianificare centralmente le catene di fornitura, riconvertendo le produzioni esistenti al loro servizio. Invece l’elenco mette sullo stesso piano, per fare un esempio, un ospedale e fabbriche che solo in piccola parte producono al suo servizio.
Il risultato raggiunto grazie alle lotte operaie era stato positivo, ma la scappatoia delle autocertificazioni e la protervia delle imprese, che ne hanno largamente abusato, hanno generato nuovi e pesanti conflitti.

I sindacati, in particolare la Fiom che voi conoscete dall’interno, stanno ripetendo che le imprese devono fare un passo indietro.

La posizione del sindacato è chiara: prima viene la salute. Qualcuno si dimentica che un operaio o un’operaia che si ammala, oltre al danno per sé, diventa un veicolo di contagio quando rientra in famiglia, va a fare la spesa… Le fabbriche rischiano di essere dei focolai micidiali, con centinaia di persone concentrate nello stesso luogo: se si ammala uno, rischiano di ammalarsi in tanti, se non addirittura tutti. Quello che ha fatto infuriare è che si chiudessero scuole, musei, bar, ristoranti, palestre ma non le fabbriche. Gli operai potevano essere sacrificati sull’altare del profitto.
Per questo il 14 marzo, dopo la prima tornata di scioperi, è stato conquistato il Protocollo sulla sicurezza, un elenco di misure (distanze minime da rispettare, utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, sanificazioni) da applicare nei luoghi di lavoro, e senza le quali si deve sospendere l’attività e ricorrere alla cassa integrazione.
I delegati di fabbrica e i funzionari sindacali, pensiamo in particolare alla Fiom, hanno fatto un lavoro enorme. La lotta è durissima e tuttora in corso, azienda per azienda.
Un vero problema sono le piccole imprese non sindacalizzate, perché non si sa nulla di quello che avviene all’interno, a meno che qualcuno non chiami il sindacato, anche senza essere iscritto: a volte succede e si riesce a intervenire.

Quali sono gli umori nelle fabbriche?

Sono molto pesanti, di grande arrabbiatura e preoccupazione.
Dove i padroni sono paternalisti, ricorrono ai soliti trucchi, “bisogna produrre per salvare l’azienda”, “siamo tutti sulla stessa barca”. Ma il sentimento che prevale è la rabbia. Il virus ha scoperchiato le pessime condizioni in cui si è costretti in molte fabbriche, secondo una organizzazione del lavoro fondata sul massimo sfruttamento possibile della manodopera.

Non sappiamo quanti siano i contagi da Covid-19 nelle fabbriche, quali i rischi concreti.

I numeri sono molto elevati. Purtroppo è difficile accertare la causa originaria del contagio, verificare se è avvenuto in fabbrica o altrove. I primi casi sono stati rilevati tra i lavoratori degli appalti, che sono i meno tutelati e controllati. La prossimità favorisce la diffusione del virus. Alcune aziende, quando un operaio si ammalava, pretendevano di chiudere solo la sua linea o il suo reparto. Gli operai giustamente chiedevano la chiusura totale.

Dalla vostra ricerca sulla liquidità emerge che le grandi imprese, che battono cassa allo stato, hanno già a disposizione un notevole mucchio di denaro.

Questo è un altro tasto dolente. Una volta ricevuto dal governo l’ordine di chiudere, le imprese si sono rifiutate di anticipare la cassa integrazione ai lavoratori, che avrebbero dovuto attendere uno, due, tre mesi, secondo i tempi dell’Inps. La scusa era che non avevano liquidità. Abbiamo cercato di capire se fosse vero, sfogliando i bilanci del 2018, gli ultimi disponibili, delle imprese italiane con oltre 50 dipendenti. Il dato parlava chiaro: il 31 dicembre 2018 hanno chiuso lo stato patrimoniale del bilancio con quasi 140 miliardi di denaro liquido e immediatamente disponibile. E dopo appena un anno, volevano farci credere di essere a corto di liquidità per anticipare la cassa integrazione! Comunque, per il futuro il governo gli ha risolto il problema con il Fondo di garanzia.
Abbiamo anche fornito ai delegati di fabbrica che stavano trattando con le imprese, le analisi dei loro bilanci, per smontare eventuali giustificazioni fasulle.

Negli ultimi giorni Confindustria è tornata alla carica con forti pressioni per riaprire al più presto possibile, addirittura dopo Pasqua. Il governo non ha ceduto.

Confindustria è irresponsabile. Il documento che chiede la riapertura delle fabbriche è firmato dalle organizzazioni confindustriali di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, i territori più colpiti. Sono anche miopi, non capiscono che più si allunga il periodo di emergenza e più ci saranno danni per il sistema economico e produttivo. Come pensano di riaprire se la gente continuerà ad ammalarsi? Dopo si lamenteranno dell’elevato tasso di assenteismo tra i lavoratori? Ormai ci aspettiamo di tutto.

Come immaginate le prossime mosse?

La riapertura avverrà solo quando sarà possibile farlo in sicurezza, su indicazioni della comunità scientifica, altrimenti non usciremo mai dall’emergenza. E una volta riaperto, gli industriali dovranno rendersi conto che le cose non ritorneranno come prima. L’intensificazione dei ritmi, imposta in questi anni dai sistemi di Lean Production, è improponibile. Si dovrà rallentare, lasciare tempo per i recuperi psichici e fisici, si dovrà andare in bagno o in pausa in condizioni sicure, correre meno e mettere al centro i bisogni di ciascuno, piuttosto che l’avidità di profitto delle imprese.

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