Warriors

di bulander
Illustrazione di Federico Zenoni

 

Una solida casetta di tronchi d’albero in un bosco del Canada. Un uomo barbuto ancora giovane attizza il fuoco nel caminetto, su due sedie di paglia un uomo e una donna sorseggiano una tazza di té bollente. Sono due giornalisti del Wolf Monitor, corrispondenti dal wilderness, lei con il master in Psychology of the Whales, lui diplomato alla scuola di giornalismo a Vancouver.
“Ero su un gommone di Greenboot con altri volontari e davamo la caccia alle baleniere russe nell’Artico. Ne vediamo una che aveva appena arpionato un capodoglio. Decidiamo di attaccarla lo stesso. Le arriviamo sotto che sta tirando su il capodoglio per la coda con l’argano. Io mi aggrappo a una pinna e mi faccio tirare su, ero armato di coltello e avevo delle bombolette urticanti. Quelli cominciano a gridarmi con un megafono
“Scendi giù, è illegale quello che stai facendo, va contro le leggi internazionali… Figurati, loro, i russi, che non riconoscono nessuna legge internazionale, che non hanno firmato le Convenzioni del 2026, del 2031… che faccia tosta.”
“No” dico io “non scendo di qua. Voi mollate il capodoglio!”
“Ma che te ne frega batiuska” dicono “ormai è morto.”
“Voglio che possa finire i suoi giorni nel suo ambiente, assassini, voi la pagherete! Andiamo avanti con questo tira e molla una mezz’ora… quando d’improvviso sentiamo un botto spaventoso e dopo cinque minuti la baleniera comincia a piegarsi su un fianco. Aveva urtato un iceberg. Quello che stava al timone s’era distratto a causa della mia lite con l’equipaggio. Insomma, nel giro di dieci minuti la nave veniva inghiottita, portandosi dietro tutto, uomini, argano e capodoglio. Io m’ero buttato in mare in tempo e i miei compagni mi avevano recuperato con il gommone. Ci siamo allontanati in tutta fretta per non venir risucchiati dal gorgo della nave che affondava, ma ci siamo fermati dopo duecento metri per vedere se qualche uomo veniva a galla così da portarlo in salvo e rieducarlo. Niente, nessuno s’è visto.”
“Tutti affogati?” esclama la giornalista.
“Eh sì”, risponde il barbuto, “così imparano a far del male alle bestie.”
“E adesso”, riprende la giornalista, “siete qui a difendere i lupi?”
“Esattamente, con Greenboot ho chiuso i rapporti dopo che li ho visti mangiare pinne di squalo allo zenzero.”
“Sono meglio con un battuto di prezzemolo e aglio”, dice il diplomato in giornalismo.
Dopo due minuti lui e la collega con il master sono fuori dalla casetta di legno. Bagagli e cappotti li raggiungono volando.
“Cosa ho detto di male?”, chiede lui, “perché se l’è presa così tanto?”
“Taci imbecille, adesso chi ci salva dai lupi che infestano questi boschi… dimmi, come ce la caviamo?”
“No problem, miss. Vado sulla mia app Rescue Hunters e in una mezz’oretta un elicottero ci preleva e ci porta finalmente in un luogo civile. È un’app fatta apposta per cacciatori assediati dalle loro prede o aggrediti da energumeni come quel tuo amico barbuto…”
“Ma noi siamo due giornalisti del Wolf Monitor, che figura ci facciamo? Ci cacciano dal giornale!”
“Cara, io sono gay, dei lupi o delle balene non me ne frega niente e poi in redazione curo la pagina della moda per bambini, oh.”

Mezz’ora dopo un elicottero della Guardia Forestale si appoggia dolcemente in una radura del bosco. Il pilota fa segno ai due di salire e riparte.
Quando arrivano in redazione trovano un gran subbuglio. Il direttore è fuori di sé. Ha appena ricevuto un mail di vibrante protesta dal tipo barbuto.
“Un eroe dell’animalismo, una fulgida figura, un’icona per le nuove generazioni e voi vi comportate in quel modo in casa sua! Pinne di squalo al prezzemolo e aglio! Ma come si può?”
“No problem, direttore. Adesso vado all’ambasciata russa di Ottawa e racconto chi ha affondato la loro baleniera scomparsa due anni fa. Ho registrato tutto. Dovevamo fargli un’intervista, o no? Così quello scimmione avrà il fatto suo. E dopo io, caro direttore dei miei stivali, intascata la taglia me ne vado a caccia di squali, chiaro?”

Passano due o tre giorni e i giornali escono con titoli cubitali: “Svelato il mistero della baleniera russa scomparsa nell’Artico! Dopo mesi e mesi d’indagini, il giornalista investigativo canadese Piet Malroy smaschera il responsabile della morte di tredici marinai russi. Ondata di arresti tra i militanti di Greenboot. Il Presidente Putin conferisce a Malroy l’Ordine di Lenin.
”Quindici giorni dopo Malroy e la sua collega con master in Psicholpgy delle balene sono a cena in un ristorante giapponese d’alta gamma.
“Sai che ti dico, cara? Quello scimmione non aveva tutti i torti. Con lo zenzero queste pinne di squalo sono una vera delizia.”
“…Hmm…dubito che siano migliori della mia gengiva di capodoglio.”
Tintinnio di bicchieri: “Alla tua!”

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