di The Palestine Chronicle
Traduzione di Margherita Giacobino

L’inverno a Gaza è diventato un silenzioso espandersi del genocidio, dove i neonati congelano nelle tende allagate e le famiglie vengono sistematicamente sfollate.
Il mondo parla di cessate il fuoco e di un “accordo di pace”, ma per i due milioni di persone intrappolate entro i confini della Striscia di Gaza, la parola “pace” è una crudele astrazione.
La vita a Gaza è passata dal terrore immediato di un’invasione devastante a un assedio pianificato e una lenta ed estenuante lotta per la sopravvivenza contro gli elementi. Il genocidio non è finito; ha semplicemente cambiato la sua arma principale dai missili al freddo, e dai proiettili al blocco.
Un genocidio silenzioso
Mentre i bombardamenti di massa degli ultimi due anni hanno subito un rallentamento, l’esercito di occupazione israeliano continua a mietere vittime palestinesi con terrificante regolarità. Le uccisioni sono ora caratterizzate da attacchi “di precisione” contro civili che si riuniscono in cerca di cibo o riparo.
Nelle ultime 24 ore, un palestinese è stato ucciso e altri undici sono rimasti feriti a Gaza City quando un proiettile di artiglieria ha colpito un gruppo di civili riuniti in una zona da cui le forze di occupazione avrebbero dovuto essersi ritirate. Il fatto che l’esercito liquidi tali eventi come “errori di bersaglio” non è di alcun conforto per le famiglie che seppelliscono i loro cari.
Oltre ai proiettili, c’è una forma di uccisione ancora più insidiosa. La distruzione sistematica dell’ambiente di Gaza ha portato a quella che può essere descritta solo come morte per assideramento.
I neonati, le vittime più vulnerabili di questo genocidio, stanno morendo di freddo. A Khan Yunis, la piccola Rahaf Abu Jazar, di otto mesi, non è morta a causa di una bomba, ma perché il suo corpicino non è riuscito a resistere alle temperature sotto lo zero all’interno di una tenda improvvisata. È una dei tanti bambini la cui morte è il risultato diretto della politica dell’esercito di occupazione israeliano per rendere Gaza “inabitabile”.
Guarire sotto assedio
Il sistema sanitario di Gaza non è più un sistema, ma un manipolo di individui eroici che lavorano tra le rovine. Oltre 16.500 palestinesi malati e feriti sono attualmente in lista d’attesa per evacuazioni salvavita, evacuazioni che l’esercito di occupazione israeliano usa come merce di scambio.
Dalla tregua di ottobre, solo poche centinaia di persone hanno potuto lasciare la zona, mentre migliaia di altre sono rimaste a morire per infezioni prevenibili e traumi non curati.
Inoltre, l’occupazione ha puntato il mirino sulle ultime ancore di salvezza rimaste: le ONG internazionali. Minacciando di cancellare le organizzazioni umanitarie dai registri e bloccando l’ingresso di forniture mediche essenziali, l’occupazione sta facendo in modo che chi è sopravvissuto alle bombe non possa sopravvivere alle conseguenze. Gli ospedali segnalano una totale mancanza di medicinali specialistici e, con le infezioni invernali che si diffondono nei campi affollati, la situazione sanitaria è giunta al collasso totale.
La trappola di Rafah
L’esercito di occupazione israeliano ha recentemente svelato quella che gli analisti definiscono la “lunga partita” dello sfollamento. Proponendo che il valico di Rafah, unico collegamento di Gaza con il mondo esterno, sia aperto come via “di sola uscita”, l’occupazione sta tentando di formalizzare la pulizia etnica della Striscia. Il messaggio ai palestinesi è chiaro: potete lasciare la vostra terra per sfuggire alla morte, ma non vi sarà mai permesso di tornare.
Questa politica è una flagrante violazione del piano di pace mediato dagli Stati Uniti, che vieta esplicitamente lo sfollamento forzato. Impedendo l’ingresso degli aiuti umanitari e allo stesso tempo offrendo la “scelta” della partenza, l’occupazione sta creando una crisi volta a “sfoltire” la popolazione palestinese. Si tratta di un assedio progettato per spezzare la volontà di un popolo che rifiuta di abbandonare le proprie case, nonostante viva tra le macerie.
Il freddo: sopravvivere in una terra sommersa
L’inverno a Gaza non è più una stagione, è una lotta per la sopravvivenza. Per gli 1,3 milioni di persone che vivono senza un riparo adeguato, le piogge mediterranee non portano vita, ma distruzione. Nei campi profughi di Rafah e Deir al-Balah, le famiglie vivono in tende costruite con pezzi di legno e sottili teli di plastica. Colpiti dalla tempesta, questi ripari si lacerano facilmente, costringendo le famiglie a stare in piedi tutta la notte nell’acqua gelida perché non c’è più terreno asciutto su cui sedersi.
Il freddo è accentuato dalla mancanza di combustibile ed elettricità. Con l’esercito di occupazione israeliano che controlla strettamente l’ingresso di combustibile, le famiglie sono costrette a bruciare plastica o rifiuti per riscaldarsi, riempiendo l’aria di fumi tossici che aggravano le malattie respiratorie dei bambini. L’acqua che allaga i campi non è solo pioggia, ma un misto di fango e liquami non depurati, poiché le infrastrutture per la gestione dei rifiuti sono state prese di mira e distrutte.
Una scelta impossibile
La distruzione del paesaggio urbano di Gaza ha lasciato i residenti di fronte a una scelta impossibile. Possono rimanere nei campi allagati e gelidi, oppure possono cercare riparo all’interno delle rovine degli edifici bombardati. Queste strutture, indebolite da anni di bombardamenti, spesso crollano sotto il peso delle forti piogge. Questa settimana, undici persone sono rimaste uccise quando un edificio parzialmente distrutto di Gaza City è crollato sulle famiglie che vi avevano trovato rifugio.
Per quelli come Ibtisam Mahdi, la cui casa a Tel Al-Hawa è stata colpita dal fuoco dei carri armati, la scelta è tra un pavimento pericolante e una tenda allagata. Lei vive in una stanza in cui le pareti sono inclinate verso l’esterno e il vento fischia attraverso le crepe nel cemento. Questa è la realtà della vita a Gaza: una ricerca disperata del modo meno pericoloso per sopravvivere in una terra che l’occupazione ha cercato di cancellare.
La tragedia in corso a Gaza è una catastrofe causata dall’uomo, il risultato deliberato di un’occupazione militare che mira a sostituire una popolazione con una distesa di macerie. La resilienza del popolo palestinese rimane, ma con l’avvicinarsi dell’inverno e il calo dell’attenzione mondiale, il genocidio continua all’ombra delle tempeste.
