L’aspirina che va di traverso a Bayer

La redazione

Siamo fortunate. Abbiamo un nemico così strapotente che non potrà mai batterci sul nostro terreno, quello della misura umana. Il nostro nemico si chiama Bayer, la multinazionale chimica tedesca che nel 2018 ha acquisito il colosso agrochimico Monsanto per una cifra di 66 miliardi di dollari.
Noi ci chiamiamo, o meglio ci chiamavamo, Aspirina la rivista, pubblicata dal 1987 al 2018, frutto di lavoro volontario e gratuito. Umorismo, fumetti, racconti, satira politica, ironia poetica, questa è stata la nostra Aspirina, che ha raccolto artiste da tutto il mondo, firme importanti e altre che pubblicavano per la prima volta.

 

Per trent’anni abbiamo condiviso con Bayer il nome, loro producevano la pillola acetilsalicilica più venduta, noi la rivista acetilsatirica più esilarante. Nel 1995 la Libreria delle donne di Milano, editrice della rivista, aveva registrato il marchio Aspirina per l’editoria presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi del Ministero dello Sviluppo economico, non per timori nei confronti di Bayer ma per tutelarsi in campo editoriale. Il marchio è stato rinnovato ogni 10 anni, fino al 2025.
Dall’otto marzo 2013 la rivista ha avuto un forte rilancio online, con una sezione shop da cui scaricare a pochi euro i pdf dei numeri cartacei e una collana di eBook. Nei motori di ricerca la rivista era in ottima posizione: su Google era piazzata subito dopo gli annunci a pagamento di Bayer.

Nella testata, nella grafica e nei testi abbiamo sempre giocato con la pillola, che nelle nostre mani diventava un’amata creaturina. Non a caso, la scelta del nome Aspirina era nata nel 1987 da una dichiarazione d’amore della poeta e scrittrice Bibi Tomasi, che  soffriva di dolori cervicali da macchina da scrivere. Il nostro rapporto con Aspirina era la declinazione artistica di un nome femminile con diminutivo e di una simbolo tondo come una piccola luna. Procedevamo con lei su web e carta, in espansione naturale e benefica, con riflessioni mumblemumble e risate liberatorie.

 

 

Intanto Bayer pianificava la fusione con Monsanto e scalpitava perché l’Antitrust dell’Unione europea frenava quello che gli ambientalisti hanno definito “il matrimonio infernale”. Mentre i loro eserciti marciavano affiancati da falangi di avvocati e informatici, qualcuno ha intercettato in noi un elemento di disturbo.
Così, nel novembre 2017 lo studio che ha in deposito il marchio ha ricevuto una diffida passiva da Bayer Intellectual Property GMBH, che ci contestava il diritto a chiamarci con il nostro nome, che era di loro esclusiva proprietà da immemorabili millenni e che doveva essere abbandonato al più presto, rinunciando alla registrazione e al dominio www.aspirinalarivista. Ci accusavano di creare confusione nella clientela, come se la gente con un po’ di febbre non fosse in grado di capire la differenza tra un farmaco e una rivista, una farmacia e una libreria.
Nella seconda parte, la lettera alleggeriva i toni con proposte accettabili, come l’aggiunta di un disclaimer in home, che dichiarasse la nostra estraneità al Gruppo Bayer.
Per mesi, i legali bayeriani hanno oscillato tra pretese minacciose e dichiarazioni diplomatiche. Per mesi, i nostri avvocati hanno ribattuto colpo su colpo. I bayeriani preferivano evitare cause, ben sapendo le ragioni di un marchio registrato da decenni, mai diffamatorio o dannoso al commercio e all’immagine dell’azienda farmaceutica. Noi non volevamo rischiare cause, essenzialmente per mancanza di risorse finanziarie. La sproporzione era lampante.

 

Dopo un anno tormentoso, abbiamo scelto di uscirne creativamente, piuttosto che combattere in tribunale per anni.
Abbiamo detto basta alle trattative tempestate di clausole vessatorie e improponibili penali, e ci siamo concentrate sul salvataggio del nostro lavoro. Nel febbraio 2019 abbiamo ceduto la registrazione della testata e il nome a dominio, rifiutando il ridicolo risarcimento economico proposto da Bayer e le catene a cui ci avrebbe vincolate.
Abbiamo scelto la libertà di raccontare questa storia.

 

 

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