La risata, un atto di fede

di Mohammed El-Kurd
Fumetto di Safaa Odah

Pubblichiamo un brano tratto da Vittime perfette e la politica del gradimento (Fandango Libri 2025) del poeta, scrittore e giornalista palestinese Mohammed El-Kurd. Nelle pagine finali del suo saggio – leggetelo! – l’autore parla di irriverenza, satira, umorismo.
Come immagine abbiamo scelto un fumetto di Safaa Odah che nella rubrica Una tenda in Palestina e nel libro Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza (Fandango Libri 2026) racconta con vignette e tratti essenziali il genocidio e la resistenza del popolo palestinese. Noi Erbacce condividiamo la loro fede nell’umorismo. (NdR)

Un palestinese torna a casa nella zona di guerra. Ci sono sirene ed esplosioni in lontananza e un carro armato parcheggiato davanti alla sua abitazione. Il palestinese si avvicina al soldato israeliano nel mezzo corazzato e lo rimprovera: “Quante volte ti ho detto di non parcheggiare il tuo carro armato nel mio vialetto di casa?”.
In questo caso, l’uomo ha creato per sé un regno in cui il possente Merkava non è altro che una seccatura, una misura burocratica, come pagare le tasse. In questo regno, il dominio del soldato non permea la psiche, il suo fucile è solo una pistola giocattolo, e il gas lacrimogeno nell’aria è soltanto il profumo nauseabondo di qualcuno.
In altre parole, l’irriverenza è un dignitoso atto di rifiuto, perché chi è confinato dall’assedio o dalla carcerazione può emanciparsi con la mente. Per scavare un tunnel, prima devi immaginarlo. L’irriverenza costruisce una realtà alternativa in cui l’occupazione non è impenetrabile e l’occupante non è indelebile. Il poliziotto non è onnisciente, né il cecchino onnipresente. Qui il significato simbolico delle barriere militari non si estende al di là della tangibilità del loro cemento. Per l’oratore (il giovane attivista, l’accademico o il tassista), l’irriverenza non è soltanto una strategia retorica, ma una forma di autoconservazione e ribellione, un rifiuto caparbio del soggiogamento psicologico. L’irriverenza è l’equivalente discorsivo del restare a testa alta. Sono grato all’opportunità di essere irrispettoso, di fare satira e ridicolizzare i miei colonizzatori apparentemente invincibili: di sminuirli, di bandirli dai miei monologhi interiori, di trasformarli nella battuta finale di una barzelletta.
So che il prezzo di una barzelletta è instabile. A volte è diffamazione, censura, molestia, manette addirittura. Altre volte, è gratis. Ma quella latitudine, per quanto sia rara, vale il rischio. In questo regno, la risata è simile alla fede per la sua capacità di far sentire meno il dolore delle ferite. Sebbene in questo libro non ne abbia parlato a fondo, ho trovato consolazione nell’umorismo. Ho trovato nell’umorismo una capacità di agire, una mobilità, una vita. E proprio come la fede consola una madre in lutto promettendole che il suo bambino ucciso, che è stato fatto esplodere in mille pezzi, è in realtà intero e sta in un posto migliore, un martire in paradiso, così la risata porta quel posto migliore sulla terra.
La scelta di essere irriverente sul palco libera sia l’oratore sia il suo pubblico, seppure per poco. Nella pausa tra la risata che segue un’osservazione sarcastica, ha luogo qualcosa di sacro nell’inconscio. Il palco grandioso diventa un salottino intimo, e la tragedia a portata di mano, qualunque sia, diventa una questione di famiglia. L’oratore bandisce il prestigio del palco dalla sua mente, rigettando il ruolo che è stato costretto a provare tante volte, proclamando ciò che gli hanno insegnato a sussurrare. Gli spettatori, per un momento, sono coinvolti nello spettacolo, contaminati dalle sue imperfezioni, conoscono le battute. Qualcosa di sacro si verifica nell’inconscio: un mondo senza finzioni, in cui ci guardiamo negli occhi.

*Ringraziamo Fandango. editrice di Vittime perfette, per la gentile concessione.

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