di Gaby Weber
Illustrazione di Marilena Nardi
Traduzione a cura della Redazione

Le elezioni di settembre 2026 in diversi Länder tedeschi hanno scatenato il panico a livello mondiale. Prima la vittoria schiacciante del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) con il 44% dei voti in Sassonia-Anhalt, e poi la vittoria del partito di sinistra Die Linke con quasi il 26%, cifra a cui va aggiunto il 4,7% ottenuto dall’Alleanza di Sahra Wagenknecht (BSW), anche se non è riuscita a superare la soglia di sbarramento del 5%. Si tratta, in sostanza, di circa un terzo di tutti gli elettori che esprimono un voto di protesta a sinistra.
Il governo federale sta attualmente discutendo se sottoporre la Sassonia-Anhalt ad amministrazione controllata; nel frattempo, il cancelliere Friedrich Merz intende tirar fuori dal cilindro, con procedura d’urgenza, una nuova legge che vieti le espropriazioni di appartamenti nei Länder. Infatti, durante la campagna elettorale, Die Linke aveva fatto dell’espropriazione dei grandi gruppi immobiliari il proprio cavallo di battaglia. Una richiesta era già emersa anni fa da un referendum popolare, che tuttavia non ha valore giuridico vincolante. Tuttavia, Die Linke vuole subordinare a questo la formazione di eventuali coalizioni.
Perché tutto questo panico? Andiamo innanzitutto in Sassonia-Anhalt, un tempo parte della DDR. Occorre distinguere tra la leadership dell’AfD e il suo elettorato. Certo, tra i funzionari si aggirano alcuni esponenti con un passato nazionalsocialista. Ma questi non sono la maggioranza, e anche la loro simpatia per la Russia non è affatto unanime. I Länder della Germania ovest e la leader del partito Alice Weidel si dichiarano filo-NATO e ultra-liberisti in campo economico, ammiratori dei radicali piani di austerità di Milei. Prevedo che, al più tardi dopo le elezioni nazionali, si verificherà una scissione tra l’ala guidata da Weidel e i filorussi inclini al nazionalsocialismo.
La gente ha votato l’AfD per protesta, non perché desideri ardentemente un nuovo leader nazista. Non è così, e la situazione non è paragonabile a quella del 1933. La gente comune teme una nuova guerra e la militarizzazione della società; il reclutamento dei soldati non funziona. La gente vuole salvare il proprio benessere e ha ben chiaro che il cancelliere Merz vorrebbe, di fatto, abolire il ceto medio. Ritengo probabile che gran parte degli attuali elettori dell’AfD cambierà presto idea quando il partito, come c’è da aspettarsi, si rivelerà corrotto e incapace tanto quanto i vecchi partiti.
A Berlino, il partito Die Linke adotterà probabilmente un atteggiamento altrettanto opportunistico, al pari dei politici di professione degli altri partiti. Per risultare “idonei a formare una coalizione”, in futuro manterranno un profilo basso sulla questione Gaza/Palestina, poiché in Germania il sionismo viene quasi sempre equiparato all’ebraismo, e chi critica i piani di espansione sionisti rischia l’accusa di antisemitismo. E Die Linke, dopotutto, punta alle cariche di governo…
La sua richiesta di espropriazione, inoltre, suscita polemiche non solo tra le forze di destra. Da un lato, perché i cittadini non hanno affatto dimenticato che fu proprio Die Linke, insieme ai socialdemocratici, a imporre un tempo la privatizzazione delle società municipali di edilizia residenziale. C’era semplicemente bisogno di soldi. Dall’altro, perché la sua attuazione, secondo le logiche di un paese capitalista, risulta estremamente complicata, e non solo a causa della nuova legge anti-espropriazione minacciata dal cancelliere Merz.
Secondo la Costituzione, in caso di espropriazione deve essere corrisposto un indennizzo. Tre anni fa, una commissione di esperti ne ha stimato il costo in una cifra compresa tra i 3,7 e i 25,6 miliardi di euro. La Corte dei conti di Berlino ipotizza fino a 42 miliardi di euro, qualora l’indennizzo dovesse basarsi sui prezzi di mercato. E tutto ciò senza costruire nemmeno un nuovo appartamento. Con la stessa cifra si potrebbero invece costruire nuove abitazioni.
Le multinazionali possono ricorrere ai tribunali nazionali per contestare l’esproprio – o addirittura la nazionalizzazione – o almeno per far lievitare l’indennizzo. Sono in vigore anche accordi internazionali di protezione degli investimenti, e gruppi come BlackRock potrebbero adire tribunali arbitrali a Washington o a Londra. In questo scenario, il governo di Berlino non solo si trova in una posizione svantaggiata, ma l’intera vicenda rischia di trascinarsi per molti anni, generando costi enormi, e nel frattempo nessuno investirebbe più né in nuovi alloggi né negli edifici da espropriare. Di conseguenza, Die Linke non risolverebbe affatto il problema della carenza di alloggi, ma si limiterebbe a scaricarlo in modo populista sugli altri partiti.
E c’è un altro aspetto. Ho vissuto in prima persona le privatizzazioni e le ri-privatizzazioni in Argentina. È come una partita a ping-pong, e a vincere è sempre il grande capitale. Lì le grandi aziende statali sono state create grazie a ingenti fondi pubblici, poi è cambiato il governo e queste aziende sono state privatizzate. I nuovi proprietari ne hanno ricavato il massimo profitto possibile, non hanno investito praticamente nulla e alla fine le aziende erano talmente in rovina che lo Stato se le ha riprese in mano, facendosi carico degli investimenti. A vincere sono sempre state sempre le multinazionali sia grazie alla rapida massimizzazione dei profitti sia grazie agli indennizzi che, in virtù degli accordi di protezione degli investimenti, devono essere corrisposti in base al valore di mercato corrente. E se il Senato di Berlino dovesse pagare oltre 40 miliardi di euro di indennizzi (senza contare le spese legali), allora BlackRock avrà concluso un affare d’oro. È così che funziona il ping-pong.
