A 50 anni dagli omicidi
di Gaby Weber
Traduzione di Margherita Giacobino

Sembra quasi incredibile che il 22 ottobre 2026, in un sobborgo di Buenos Aires, la casa automobilistica tedesca Mercedes-Benz Argentina debba comparire in tribunale; o meglio, non l’azienda in sé, bensì il suo responsabile della produzione di 50 anni fa, Juan Ronaldo Tasselkraut. E non si tratta dell’assassinio di 14 attivisti sindacali né del sostegno fornito al reparto illegale per le partorienti presso la caserma di Campo de Mayo durante la dittatura militare argentina (1976-1983), luogo in cui alle oppositrici incinte venivano sottratti i neonati. Si tratta “solo” di due casi concreti: l’arresto dell’operaio Héctor Ratto nell’agosto del 1977, prelevato direttamente dalla sua postazione di lavoro – operazione a cui Tasselkraut partecipò in prima persona, consegnando l’uomo agli agenti in divisa – e la consegna dell’indirizzo privato del sindacalista Diego Núñez ai militari, i quali, quella stessa notte, lo sequestrarono, lo torturarono e infine lo uccisero. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che, durante la dittatura, siano “desaparecidas” fino a 30.000 persone; la metà di esse erano operai.
All’epoca della dittatura questi crimini non furono perseguiti; solo nel 1983, quando i generali tornarono nelle caserme, Raúl Alfonsín assunse il governo e portò la giunta militare davanti alla giustizia, in un procedimento penale che fece storia. Anche il caso Mercedes-Benz fu discusso in quella sede, era il 1984 quando i familiari delle vittime e Héctor Ratto, che era sopravvissuto alle violenze, testimoniarono.
Seguirono le leggi di amnistia e le indagini furono archiviate.
Nel 1999 riesumai questo caso, all’epoca lavoravo per la WDR (emittente radiotelevisiva pubblica tedesca). Accadde proprio al momento giusto. Il governo neoliberista del peronista Carlos Menem era giunto al termine e il tema dei diritti umani era ancora sulla bocca di tutti, ma si parlava solo dei militari, non dei loro complici o mandanti civili che avevano tratto profitto dalle epurazioni sistematiche all’interno delle fabbriche o che le avevano commissionate.
Il caso fece letteralmente il giro del mondo e approdò davanti a diversi tribunali. Per prima cosa portai la questione davanti al cosiddetto “Juicios de la Verdad” a La Plata. Sebbene le leggi di amnistia fossero ancora in vigore, il movimento per i diritti umani era riuscito a far sì che venisse almeno chiarita la sorte dei desaparecidos, tra cui i 14 sindacalisti della Mercedes-Benz. Successivamente, in Germania, l’Associazione degli Avvocati Repubblicani sporse denuncia contro il direttore della produzione Tasselkraut per concorso in omicidio. Dopo diversi anni, la Procura di Norimberga archiviò il procedimento, ritenendo non fosse stato dimostrato che i desaparecidos fossero realmente morti e che non potessero riapparire in futuro.
Dopo che il caso fu più volte esposto durante le assemblee degli azionisti, la Daimler Benz AG, sotto la pressione degli “azionisti critici” e dei sindacalisti di sinistra, incaricò il professor Christian Tomuschat, esperto di diritto internazionale di Berlino, di redigere una perizia. Egli pubblicò il suo rapporto nel dicembre 2003. Amnesty International condannò la rappresentazione unilaterale e lacunosa, mentre la stampa parlò di una “perizia di comodo”.
In Argentina, nel 2002, i familiari delle vittime hanno sporto denuncia penale per associazione a delinquere. Oltre ai militari, hanno accusato alcuni dirigenti della Mercedes-Benz Argentina, il leader sindacale José Rodriguez e Carlos Ruckauf, che era stato ministro del Lavoro peronista fino al colpo di Stato del 1976. E nel 2004 è stata intentata una causa contro DaimlerChrysler AG, gruppo di cui faceva parte Mercedes-Benz, a San Francisco (USA). Nel 1998 l’azienda disponeva di due sedi centrali di pari livello, una ad Auburn Hills nel Michigan, e l’altra a Stoccarda. Inizialmente i giudici californiani negarono la competenza territoriale, ma nel maggio 2010 annullarono la propria decisione e Daimler si rivolse alla Corte Suprema. A tale proposito, va ricordato che negli Stati Uniti i giudici sono eletti dal popolo, mentre solo i giudici della Corte Suprema sono nominati dall’esecutivo.
Il capitale globale inondò la Corte Suprema di memorie amicus curiae ovvero dichiarazioni volte a esporre il proprio punto di vista, e nel 2014 la Corte Suprema annullò docilmente la sentenza della Corte d’Appello della California. “La Nona Circoscrizione Giudiziaria (San Francisco) ha prestato scarsa attenzione ai rischi relativi alle consuetudini internazionali nel dichiarare la propria giurisdizione generale”, si leggeva nella sentenza, che richiamava le obiezioni degli amici curiae secondo cui “la giurisdizione generale sulle filiali statunitensi potrebbe scoraggiare gli investitori stranieri”.
In Argentina, dopo quattro anni di indagini, la denuncia penale presentata nel 2002 è stata trasferita dalla capitale Buenos Aires al sobborgo di San Martín, finendo sulla scrivania della giudice Alicia Vence. E lei non ha fatto più nulla. Il movimento per i diritti umani, un tempo potente, ha distolto lo sguardo altrove e taciuto, poiché la casa automobilistica tedesca era in buoni rapporti con il nuovo governo peronista di Kirchner. Nel marzo 2022, dopo 16 anni di indagini del tutto inutili, la giudice Vence ha stabilito che non vi fossero prove sufficienti contro Tasselkraut, su cui si erano concentrate le accuse, e ha archiviato il procedimento. I legali delle vittime hanno presentato ricorso e, dopo altri quattro anni, il processo verrà finalmente riaperto.
Tasselkraut ha ormai 85 anni e il procedimento si svolgerà in gran parte via Zoom. Sembra di essere in un romanzo di Kafka.
Intervista a Pablo Llonto, avvocato di Héctor Ratto e delle parti civili

Gaby Weber: A ottobre 2026, a quasi 50 anni dagli eventi, si aprirà il processo contro Juan Ronaldo Tasselkraut, allora dirigente della Mercedes-Benz. Perché così tardi?
Pablo Llonto: Il caso MBA purtroppo non è l’unico. Al momento ci sono 53 procedimenti legati ai diritti umani in attesa di una data. Non lo dico per giustificare, ma per spiegare la situazione. La lista d’attesa è molto lunga, ma ora almeno sappiamo che il processo inizierà a ottobre.
GW: Dal 2002 si sono succeduti diversi governi peronisti e i presidenti Nèstor e Cristina Kirchner avevano fatto della questione dei diritti umani una loro bandiera. Perché non è successo nulla?
PL: Importa ben poco chi fosse al governo. La magistratura si è semplicemente rifiutata di dare priorità a questi procedimenti. L’unica volta in cui l’apparato giudiziario ha capito che non si poteva rimandare all’infinito è stato nel 1985, quando i comandanti della giunta furono processati. All’epoca le udienze si tenevano ogni giorno: tra aprile e agosto vennero ascoltati 833 testimoni e a dicembre fu emessa la sentenza. Allora c’era la volontà dichiarata dei giudici; oggi, invece, nei processi per violazioni dei diritti umani le udienze si tengono, nella migliore delle ipotesi, ogni due settimane. Basta fare due conti: se vogliamo ascoltare anche solo 20 testimoni, ogni 14 giorni, ci vorranno cinque mesi. È una situazione dolorosa e la responsabilità ricade sulla Corte Suprema. Non importa se a governare ci siano Javier Milei, Mauricio Macri o Cristina Kirchner. Abbiamo sempre chiesto di accelerare i tempi, ma invano. I giudici si rifiutano di dare priorità a questi processi. Lo fanno, ad esempio, attualmente per i procedimenti per corruzione ma non quando si tratta di diritti umani.
GW: Al compimento dei 70 anni, i condannati scontano la pena, ammesso che si arrivi alla condanna, agli arresti domiciliari. Quanti anni ha l’imputato Tasselkraut?
PL: 85 anni. Ma la situazione non è diversa negli altri processi. La maggior parte di coloro che all’epoca avevano 30 anni, oggi hanno tra i 70 e i 95 anni.
GW: Di cosa si tratterà concretamente a ottobre? Le accuse sono molto ampie, in totale sono stati assassinati almeno 14 sindacalisti militanti.
PL: Si tratterà solo di due accuse specifiche: il coinvolgimento nell’arresto illegale e nella tortura di Héctor Ratto e la sparizione forzata del suo collega Diego Núñez.
GW: All’epoca, l’azienda Mercedes-Benz Argentina diede sostegno al reparto segreto per le partorienti della caserma di Campo de Mayo, fornendo delle incubatrici. Lì le donne incinte oppositrici del regime dovevano partorire, poi i figli venivano poi sottratti prima che le madri venissero assassinate. Nella famiglia Tasselkraut ci sono tre bambini registrati come figli biologici, il che non corrisponde affatto alla verità. Si sospetta che anche loro siano nati nei centri di tortura dei militari. Si parlerà di questo?
PL: Non fa parte dell’accusa formale, ma non lasceremo che la questione venga insabbiata. Molti elementi non rientrano nell’accusa. Insisteremo affinché venga messo a verbale, così da poterlo chiarire in seguito in altri processi.
GW: Cosa ne pensa il vostro assistito, Héctor Ratto, del fatto che il processo si svolga a 50 anni di distanza dai crimini? Cosa prova? È deluso? E come si comporterà?
PL: Il mio assistito è molto arrabbiato e ferito. Sa bene come e perché i suoi colleghi siano stati assassinati all’epoca e ne conosce il motivo. Lo dichiarerà anche durante il processo. Le figlie della famiglia Núñez sono più giovani di Ratto e sono attive nel gruppo “Hijos” (Figli dei desaparecidos). Tutte, però, sono soddisfatte di quanto è stato raggiunto. Andremo avanti, anche a distanza di 50 anni. Ratto sa di aver ricevuto, insieme ai familiari delle vittime, grande solidarietà da tutto il mondo. E questo è stato importante.
GW: L’azienda aveva dovuto commissionare un rapporto d’indagine, il cosiddetto rapporto Tomuschat. Purtroppo, il professore di diritto berlinese incaricato ha redatto una perizia di comodo. Molti hanno parlato di un’occasione mancata per tendere la mano alle vittime e chiudere la vicenda. L’azienda tedesca si è mai scusata per il proprio comportamento? C’è stato un qualche gesto? Qualcosa?
PL: No, né pubblicamente né internamente nell’ambito del procedimento. Spero che, in caso di condanna, ciò possa avere un impatto sui giovani manager. In Argentina abbiamo il caso del gruppo Molinos Agro, anch’esso accusato di gravi violazioni dei diritti umani. Lì la proprietà è cambiata: i nuovi titolari si sono fatti avanti nel corso del processo, hanno collaborato con l’accusa e messo a disposizione la documentazione. Si tratta di un’eccezione. Ford e Mercedes-Benz non l’hanno mai fatto.
Per approfondire:
*Nel 2017 Gaby Weber ha realizzato il documentario Wunder gibt es nicht (I miracoli non esistono): QUI
*Nel 2024 Gaby ha pubblicato il libro Causa Mercedes-Benz: QUI
*Nel 2012 il manifesto ha pubblicato l’articolo La Mercedes del CHE di Sebastiàn Lacunza: QUI
*Tutti gli articoli di Gaby Weber su Erbacce: QUI
