Filosofe della cura

di Laura Marzi
Illustrazione di Marilena Nardi

 

La filosofa Elena Pulcini, docente presso l’Università degli Studi di Firenze, è stata una delle prime studiose italiane a occuparsi di etica della cura. Parliamo di lei, morta il 9 aprile, con Patricia Paperman, docente di sociologia presso l’Université Paris VIII Vincennes Saint Denis, che con Pulcini ha condiviso l’interesse per il tema del care.

Elena Pulcini è la prima studiosa italiana a essersi occupata di cura a partire da un dialogo costante con le altre ricercatrici nel mondo: Carol Gilligan, Joan Tronto, Sandra Laugier e lei, Patricia. Come vi siete conosciute?

Ci siamo lette a vicenda prima di tutto. Ricordo che il responsabile della rivista francese del M.A.U.S.S. (Mouvement Anti-Utilitariste en Sciences Sociales) mi segnalò i suoi testi e che io li lessi con attenzione, colpita soprattutto dal fatto che una filosofa riuscisse a fare ciò che i filosofi non fanno mai: abbandonare un punto di vista generale, universale. Lei non incappava in questo vizio di metodo. Poi, grazie a una conoscenza comune, ho partecipato a un convegno a Firenze sul tema delle emozioni e in seguito per un testo da lei curato, ho redatto un contributo sull’amore che mi ha fatto fare dei progressi. Ho fatto progressi sull’amore scritto, non su quello vissuto, sia chiaro.

In un suo testo di qualche anno fa lei, Patricia, scrive che tendiamo sempre a rinnegare le relazioni di dipendenza nonostante possano essere così importanti nella nostra vita. Elena Pulcini nei suoi studi sulle emozioni insiste su quanto sia necessario proprio riconoscere la dignità della vulnerabilità e della dipendenza.

Ciò che Pulcini scrive sulla dignità della vulnerabilità e della dipendenza è un punto di partenza fondamentale per affrontare la tematica del care, le sue complessità. Pulcini nomina la difficoltà di accettare le emozioni cosiddette negative che emergono nelle relazioni di cura, perché una persona malata può generare disgusto, rabbia e molto altro. I suoi testi aiutano a comprendere come emozioni di questo tipo sorgano sempre nelle relazioni, come quelle di cura, che sono relazioni di potere. Apprezzo molto come non cerchi di semplificare nulla, nominando le strategie di autodifesa messe in atto dalle care-givers e la tirannia che possono esercitare i destinatari di cura. È raro che i filosofi contestualizzino così precisamente le situazioni in cui agiscono questi rapporti di forza: lei non cerca l’universale, nomina la realtà ed è fantastico.

Pulcini scrive che chi ha consapevolezza della propria vulnerabilità è capace di prendersi cura perché riconosce nell’Altr* lo stesso suo bisogno. “Per questo” – scrive in What Emotions Motivate Care? su Emotion Review 2015 – “preferisco il concetto di cura a quello di responsabilità […] Mi pare che il concetto di responsabilità tenda ad accentuare la piena autonomia del soggetto e offuschi l’aspetto antropologico e psichico della dipendenza.

Care e responsabilità sono due concetti che presuppongono punti di vista molto diversi. È importante certo percepire l’Altr* come qualcuno che può avere bisogno d’aiuto, percepire il potenziale bisogno di cura dell’Altr*. Con Aurélie Damamme e alcune dottorande disabili ci occupiamo di disabilities studies e di recente abbiamo avuto un confronto sulla capacità dei figli disabili di percepire il bisogno dei loro genitori, che sono persone tendenzialmente responsabili, e di prendersene cura. Siamo abituate a considerare la relazione di cura in modo schematico, tra chi agisce la cura, care-giver e chi la riceve, care-receiver. Si tratta di un retaggio generato anche dai testi di Joan Tronto, che sono stati certamente fondamentali, ma in realtà le relazioni non sono mai schematiche, neanche quelle di cura: sono stratificate, complesse, contraddittorie.

A partire dagli studi sul care e sulla dipendenza Elena Pulcini ha ampliato la sua riflessione alla necessità di occuparsi del nostro pianeta.

Sì, evidentemente le eco-femministe hanno dato un contributo notevole alla questione, a cominciare da tematiche come quelle di cui abbiamo parlato finora. Del resto, sono decenni di capitalismo sfrenato che hanno portato allo sfruttamento del pianeta. Si tratta però di questioni che io conosco solo come lettrice. Io provo a lavorare sulla realtà delle relazioni e delle emozioni. In questo, la letteratura serve più che la filosofia: nei romanzi leggiamo di come i rapporti dei personaggi e delle personagge siano complessi e a volte incomprensibili, sbagliati, e poi quando dobbiamo analizzare i comportamenti umani, le storie vere, invece vogliamo utilizzare criteri come l’abilità, l’efficienza… Non esiste nessuna abilità quando si tratta di relazioni! I filosofi, però, di solito non lo dicono…

 

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