Facciate

di Margherita Giacobino
Illustrazione di Federico Zenoni

 

I politici avevano deciso che per attirare gli investitori esteri e tirare su il morale alla gente provata dalla crisi pandeconomica bisognava rilanciare l’immagine dell’Italia. Fu approvato il progetto Poveri ma Belli che prevedeva vari tipi di bonus per le facciate: 100% per un lifting tipo berlusconiano (zigomi, cornicioni, fondotinta secondo tabella colori comunale), 130% per il modello Lilli Gruber (copertura completa superfici esterne in silicone e botulino), 195% per l’innovativo modello Marina Abramovic (interventi performativi in metallo, resina e body paint).
Era tutto molto semplice e chiaro, bastava leggere le 3000 pagine di istruzioni. I condomini non pagavano niente perché tutto quello che spendevano veniva magicamente trasformato in credito e ceduto alle imprese edili. Le quali a loro volta lo cedevano alle banche, che in cambio gli davano dei soldi veri – perché i mattoni non si comprano mica a credito – cioé quelli dei risparmiatori che tenevano i risparmi sul conto e non li investivano perché avevano paura di perderli, visto che le borse erano più volatili degli uccelli di passo. A questo punto le banche cedevano il credito allo stato, che sarebbe poi andato a esigerlo da se stesso. Tra gli addetti alle casse dello stato i più ansiosi si posero il problema di come pagare il credito, che visto dall’altra parte diventa debito, ma i colleghi più positivi e tiracampà li rassicurarono: i modi c’erano, i fondi europei, gli edifici pubblici di valore, quadri di Caravaggio e statue di Michelangelo, lingotti d’oro, coca, azioni di Cosa Nostra, seggi in parlamento, ministeri e buoni per il bar di Montecitorio.
Ovviamente a ogni passaggio i costi salivano un po’, era normale perché solo per compilare i moduli si era dovuto assumere un esercito di ragionieri, geometri, architetti e nipoti di uscieri dei vari uffici interessati.
I condomini d’Italia risposero entusiasticamente e presto in tutta la penisola si levarono boschi, foreste, giungle di strutture su cui operai lanciavano urla, davano martellate e ascoltavano a volume altissimo radio di tutto il mondo. Nelle vie centrali delle città il traffico era bloccato, le donne murate in casa dai ponteggi avevano ricominciato a calare i panierini ai corrieri di Amazon, e i commercianti esponevano le loro merci sui tubi e gridavano per attirare i clienti. L’atmosfera era di una festa foranea, rallegrata da brindisi e risse all’ora dello spritz.
Anche a ogni passaggio di mattone dalle mani di un muratore polacco a quelle di un manovale tunisino i costi salivano, perché i mattoni non crescono sugli alberi (per fortuna, visto il ritmo di disboscamento) e il cemento e i tubi nemmeno, e quindi si sviluppò un fiorente mercato nero dell’edilizia.
Agli angoli delle strade, nei sottoponteggi più bui, dove trovano rifugio gli homeless e vanno a morire i piccioni, uomini macho dall’aria minacciosa offrivano laterizi a dieci euro al pezzo, fino a cento euro per una singola piastrella firmata Armani fatta a Taiwan.
Ma tutti erano contenti, perché non pagavano. Parole come credito, bonus e facciata erano euforizzanti e comparvero anche in alcune canzoni pop che andarono subito in classifica. Tutti volevano rifarsi la facciata, e così oltre ai condomini vennero impalcate anche le chiese, le caserme, le banche in fallimento, i musei chiusi, gli ospedali dismessi, gli edifici abusivi e perfino alcune scuole, dove gli alunni poterono poi assistere alle lezioni sui ponteggi, visto che gli interni non erano agibili da anni.
E l’Italia andò finalmente in pareggio, perché a fronte di un debito pubblico a pozzo di San Patrizio poteva vantare una smagliante, nuovissima facciata di credito.

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