Cucina cannibale femminista #1

Ricettario

della Misantropa cuoca
Illustrazioni di Teresa Sdralevich

Il femminismo, diventato finalmente popolare e reperibile nella grande distribuzione come nella politica internazionale, è uno strumento, uno stile, un mood che permea la vita delle donne ambiziose di oggi. Indispensabile nell’approccio professionale come nei social e nelle scelte elettorali, il femminismo è ormai nella bocca di tutti – ma tu, lo sai cucinare nelle salse giuste per le varie occasioni?
Questo ricettario ti propone una scelta di piatti basati su materie prime selezionate: le grandi donne in carne e ossa, tutte intere o a pezzi, corpi da usare, da cui scegliere i tagli più adatti al menù che desideri realizzare, scatenando la tua tua fantasia e creatività.
Questo è ora possibile perché il mercato ci fornisce materie prime sicure, abbattute e depurate, garantite dalla filiera dei gender studies e accademicamente testate.
Pratica anche tu il cannibalismo femminista!
È cruelty free (sono morte, non sentono dolore).
È gratis (sono morte, non possono protestare).

Per riciclare gli avanzi: polpettone Virginia Woolf

Prendi una spalla o una coscia di Virginia, o una mano, o almeno un dito, va bene anche il mignolo o qualunque altra parte del suo corpo tu riesca ad aggiudicarti nelle aste quotidiane tra le estimatrici di Woolf (impresa non facile, devi essere motivata e agguerrita), insaporisci questa carne magra con tre ghinee (se non le trovi, tre crowdfunding vanno bene lo stesso), aggiungi quello che trovi in frigo: un copione non più freschissimo, qualche idea avanzata da un articolo sulla scrittura femminile, un paio di spunti rimasti inutilizzati dal tuo ultimo spettacolo/libro/performance. Impasta in una stanza tutta per te (o monolocale, anche mansardato) davanti a un giardino inglese (in mancanza, giardinetto condominiale), avvolgilo nel tweed e affogalo in un brodo di follia latente e depressione bellica finché non muore di noia.
Puoi farlo in bianco (versione Leonard) per dispeptici e convalescenti, oppure spicy, con zenzero e peperoncino (versione Vita) per palati più adulti.
Si consuma, anche freddo, nei progetti da finanziarsi con fondi pubblici, nei corsi di scrittura, nei teatri parrocchiali

Piacciono a tutti: biscotti etnici Frida Kahlo

Ti occorrerà un chilo di polpa cruda di Frida (se il tuo macellaio non ha la Frida doc, usa uno degli ottimi surrogati ormai reperibili presso i supermercati e i negozi di souvenir), mezzo chilo di cuore al sangue e altrettanto di farina di ossa, pesta il tutto nel mortaio, aggiungi qualche piuma di pappagallo, peli di scimmia, petali di ibisco e di rosa scarlatta, aromatizza con mezzo bicchiere di distillato di lacrime d’artista e impasta in forma di costato ferito, cuore spezzato e motivi messicani a piacere.
Cospargi abbondantemente di sopracciglia e inforna con sadico voyeurismo.
Servi durante un talk sulla creatività femminile, per la merenda dei bambini, nelle gallerie d’arte dei centri balneari.
Suggerimento della chef: per un’ardita versione fusion, servi i biscotti Frida insieme a qualche teschio di bisonte e un paio di fiori vulviformi di Giorgia O’Keefe a una conferenza sulla sessualità femminile nella pittura.

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