Chi parla per il lupo?

di Bruna Bianchi
Illustrazioni di Elena Mistrello

Lupi del dolore

Siamo le ombre dei boschi
sussurri argentati che si dissolvono
prima del mattino.

Voci solitarie si uniscono
in un canto, nel gemito del vento.

La nostra eredità,
solo una manciata di echi morenti.

Kathleen Malley*

 

La caccia al lupo, perseguita per secoli, a partire dall’Ottocento, con lo sviluppo dell’allevamento e dell’agricoltura, ha assunto i caratteri dello sterminio. Da allora i lupi sono stati uccisi con il fucile, i veleni, le tagliole; sono stati feriti e lasciati morire, finiti con il bastone, soffocati, torturati.
Lo sradicamento dei lupi non ha solo spinto alcune specie nella “nera notte dell’estinzione” – come quelle originarie di alcune isole giapponesi – e ridotto altre a poche decine di individui, come quelle del lupo arabo e del Messico, ma ha messo in moto un processo fatale di degradazione ecologica e di disgregazione di comunità umane.
È quanto accadde a partire dal 1870 con lo sradicamento dei bufali – le antiche prede dei lupi e fonte di sostentamento dei popoli nativi – che attraversavano le Grandi pianure americane. Lupi e “indiani” furono sterminati con la stessa determinazione e spietatezza, in base alla stessa logica del “o noi, o loro” che non lascia alcuno spazio per la coesistenza e la mutualità.

La guerra al “nemico animale” – insetti, uccelli, lupi, bisonti, canguri, giaguari, volpi volanti –, condotta come ogni guerra in nome del diritto all’ “autodifesa”, ha distrutto il delicato equilibrio di interi ecosistemi che sostengono la vita umana e non umana, come già Rachel Carson nel 1962 aveva dimostrato.
Altrettanto distruttivi sono stati gli inserimenti di specie non autoctone a scopi “ricreativi” per i cacciatori.
Ovunque i cacciatori cosiddetti “sportivi” hanno avuto un ruolo cruciale nello sterminio del lupo. Lo confermano le parole di Aldo Leopold, ecologo, cacciatore, fautore di progetti volti a favorire l’incremento di quelle specie animali che i cacciatori amano uccidere e che li convinse a collaborare con i progetti di sradicamento di lupi e leoni di montagna promossi dalle istituzioni americane affinché non tornassero più ad interferire con la presenza umana. “Pensavo che un minor numero di lupi significasse abbondanza di cervi e che l’assenza di lupi fosse il paradiso dei cacciatori”, predatori ben più nefasti perché uccidono per lo più per il piacere di farlo.

La volontà di far posto all’agricoltura e all’allevamento, allontanare le popolazioni native, arricchirsi con il commercio delle pelli, proteggere gli armenti, procurarsi trofei, non sono state le uniche motivazioni che hanno spinto molti a farsi esecutori dello sterminio, come hanno rivelato le analisi ecofemministe sul rapporto tra maschilità e caccia Andrée Collard, Marti Kheel, Lisa Kemmerer, Brian Luke e Jody Emel, che ha scritto:

Si può uccidere per essere un animale, selvaggio, indomito. Esiste anche l’idea che uccidere, con padronanza e maestria, può rendere un uomo più uomo secondo la tradizione del codice venatorio. Si può uccidere per calpestare qualcosa che si odia o si invidia: la libertà, la differenza, un posto nel mondo, “essere allo stato selvaggio”. Si uccide anche per depravazione. Uccidere è un modo per mantenere il controllo o per obbedire ad un modello di eliminazione metodico, razionale e tecnologico in cui chi se la cava bene è abile, lodevole. È la convergenza di questi fattori, di queste sovrastrutture a rendere possibile lo sterminio.

Negli ultimi decenni, in seguito alle leggi di protezione e ai progetti di reintroduzione, i lupi hanno ricominciato ad abitare una piccola parte delle terre che avevano percorso per secoli. Valutati in 20.000 in tutta Europa, il numero dei lupi è stato considerato insostenibile. La recente direttiva approvata dal Parlamento europeo, già riconosciuta dal governo italiano come conforme all’interesse nazionale, ha declassato il lupo da specie “strettamente protetta” a specie protetta dando così un parziale via libera al suo sterminio e rimettendo in modo la spirale della distruzione. Viziata da una visione antropocentrica e dalla logica del dominio, la direttiva lamenta l’aumento delle aggressioni a greggi e armenti e ignorano alcune delle cause più rilevanti, ovvero la riduzione delle prede naturali causata da caccia indiscriminata e bracconaggio.
Nel “nostro” mondo non c’è posto per il lupo. Se minaccia gli allevamenti, ostacola l’agricoltura, l’espansione dell’edilizia e della viabilità, se si avvicina alle abitazioni, sottrae le prede ai cacciatori, occupa spazi destinati al turismo, la guerra aperta è dichiarata. Nella visione patriarcale della vita in cui gli uomini si considerano al di sopra della natura, arbitri dei destini di tutte le creature viventi e disconoscono le interrelazioni che rendono possibile la vita sul pianeta, la violenza e la soppressione dell’ “altro” sono le soluzioni privilegiate ai problemi che sorgono nei rapporti con il mondo naturale così come tra le nazioni o popoli. 

Biocidio e genocidio sono strettamente connessi, rispondono alla stessa logica: sradicare l’“altro” da un luogo definito come “proprio”, rimuoverlo dalla realtà al fine di creare un mondo nuovo, “a misura d’uomo”. L’uccisione di massa viene quindi immaginata come una “distruzione creativa”, per eliminare gli inutili, i superflui, i dannosi, gli inferiori. Sottesa a questa distruttività vi è una concezione della natura come cattiva, imperfetta, ostile – di cui il lupo è il temuto e odiato emblema – che deve essere sottomessa, trasformata in qualcosa che non ha più alcuna reale autonomia o potere. 

A causa di queste distorsioni, dell’incapacità di comprendere la complessità delle interrelazioni tra i viventi, dei processi ecologici ed evolutivi, la Terra sta morendo. 

Ripensare l’umano come una piccola parte del flusso incessante della vita, rispettare gli spazi delle altre creature, provare gioia nell’osservare il loro amore per la vita – l’unica cosa che davvero ci unisce – richiederà la capacità di includere nelle nostre preoccupazioni coloro la cui voce è stata brutalmente messa a tacere e il coraggio di opporre alle scelte inaccettabili fondate sul “o noi, o loro”, il principio del “noi e loro”, “noi con loro”, come ci hanno insegnato le visioni dei popoli indigeni e le loro storie.

Una storia per imparare

Un antico lupo argentato siede proprio oltre i fuochi dei nostri accampamenti collettivi.
Osserva e ascolta. Non interferisce mai.
Piuttosto aspetta che la saggezza della sua presenza sia percepita e compresa.
(cit. in Paula Underwood, Three Strands in the Braid)

Le nazioni dei nativi nordamericani – Navajo, Hopi, Cherokee, Seminole, Oneida e molte altre – riconoscevano nei lupi una nazione sovrana delle Grandi pianure e se ne consideravano i discendenti. “Abbiamo imparato dal lupo come sopravvivere e come essere più umani. Come onorare i nostri anziani, proteggere e provvedere per le nostre famiglie e abbiamo imparato dai lupi la lealtà necessaria per appartenere a una tribù”. Sono parole di un’artista nativa riportate da Brenda Peterson (Wolf Nation, Philadelphia 2017). 

Il tema del rapporto tra umani e lupi è al centro di una storia tradizionale Oneida tradotta in inglese (Who Speaks for Wolf. A Native American Learning Story) da Paula Underwood, autrice americana di origine nativa, che la ascoltò dal padre quando aveva tre anni e che si impegnò a diffonderla. Elaborata nel corso di molte generazioni, questa “storia di apprendimento” è stata oggetto di riflessione in vari progetti educativi; è stata analizzata e discussa nelle scuole, nei corsi di ecologia, nei laboratori sulle modalità decisionali e sulla costruzione della pace. Le pagine che seguono la riassumono e ne riportano alcuni brani.

Chi parla per Lupo?

Ai margini del cerchio di luce proiettato dal fuoco al centro del villaggio, un lupo fissava le fiamme. Lo guardava affascinato un ragazzo di otto anni e si chiedeva perché non avesse paura. Poi, dalla vicina collina una lupa (Donna Lupo) iniziò a cantare; a lei si unirono via via altri lupi. “La canzone parlava di come la Terra fosse un bel luogo in cui vivere” e di come tanta bellezza si potesse facilmente vedere nella Luna e nel Fuoco”. Poi il canto cessò e il lupo si allontanò.
“Continuo a non capire. Perché Lupo fissa il Fuoco? Chiese il bambino al nonno che gli stava accanto. Perché si sente a casa così vicino al luogo dove viviamo? Ci conosciamo da tanto, tanto tempo, rispose il nonno. Abbiamo imparato a vivere uno vicino all’altro”. 

Era una vecchia storia che il nonno iniziò a raccontare.
TANTO, TANTO, TANTO TEMPO FA
Il nostro Popolo crebbe di numero, così che il luogo dove eravamo
non era più sufficiente.
Molti giovani
furono mandati a cercare un nuovo posto.
Ora, IN QUEL TEMPO
c’era uno tra il Popolo che era fratello di Lupo
così tanto fratello di Lupo
che cantava la loro canzone e loro gli rispondevano.
Si sentiva così tanto fratello di Lupo che i suoi piccoli
a volte lo seguivano nella foresta e sembrava che volessero imparare da lui.
Come HO DETTO
la gente cercò un nuovo posto nella foresta.
Ascoltò attentamente ciascuno dei giovani
mentre parlavano di colline e alberi
di radure e acqua corrente, di cervi, scoiattoli e bacche.
Ascoltarono per capire
quale posto potesse essere
più asciutto sotto la pioggia
più protetto in inverno
e dove le nostre Tre Sorelle,
Mais, Fagioli e Zucca
potessero trovare un posto di loro gradimento.
Ascoltarono ognuno di loro
finché non raggiunsero un accordo
“MA ASCOLTATE”
Qualcuno ammonì: Dov’ è il fratello di Lupo?
CHI, ALLORA, PARLA PER Lupo?
MA IL POPOLO ERA DECISO
e la loro mente era ferma
e le prime persone furono mandate
a scegliere un sito per la prima Casa Lunga
per liberare uno spazio per le nostre Tre Sorelle
per modellare la terra così che l’acqua
potesse scorrere via dalle nostre case
e noi fossimo sicuri all’interno.
E POI IL FRATELLO DI LUPO TORNÒ
Chiese del Nuovo Luogo
e disse subito che dovevamo sceglierne un altro.
“Avete scelto il Luogo al centro
di una grande comunità di Lupi.
Penso che scoprirete
che è un posto troppo piccolo per entrambi.”
MA LE PERSONE SI TAPPARONO LE ORECCHIE
e non ci ripensarono.
Questo Nuovo Posto
aveva estati fresche, protezione invernale
corsi d’acqua impetuosi
e foreste tutt’intorno
piene di cervi e scoiattoli
c’era spazio persino per le nostre Tre Amate Sorelle.
E LE PERSONE VEDEVANO CHE QUESTO ERA BUONO
E NON VIDERO
UN LUPO CHE OSSERVAVA NELL’OMBRA!
MA CON IL PASSARE DEL TEMPO
iniziarono a vedere.

Videro che le prede che gli uomini cacciavano ed appendevano ai margini dell’accampamento sparivano e che i lupi si facevano sempre più audaci, entravano nel villaggio e spaventavano le donne e i bambini. All’inizio pensarono di offrire del cibo ai lupi, poi cercarono di scacciarli. Si accorsero anche che avrebbero potuto sterminarli.

MA VIDERO ANCHE
che un simile compito avrebbe cambiato il Popolo
sarebbero diventati UCCISORI DI LUPI.
Un Popolo che toglieva la vita solo per sostenere la propria.
NON SEMBRAVA LORO
DI VOLER DIVENTARE UN POPOLO DEL GENERE
FINALMENTE
uno degli Anziani
disse ciò che tutti avevano in mente:
“Sembra che la visione del Fratello di Lupo
fosse più acuta della nostra.”
DA QUESTO
IL POPOLO HA IMPARATO UNA GRANDE LEZIONE
È UNA LEZIONE
CHE NON ABBIAMO MAI DIMENTICATO
IMPARIAMO ORA A CONSIDERARE IL LUPO!
E così fu che le Persone escogitarono
un modo per porsi domande a vicenda
ogni volta che si doveva prendere una decisione
su un Nuovo Luogo o una Nuova Via.
Cercammo di percepire il flusso di energia
che attraversa ogni nuova possibilità
e quanto fosse abbastanza e quanto fosse troppo.
FINCHÉ ALLA FINE
qualcuno si alzò
e pose la vecchia, vecchia domanda
per ricordarci cose
che non vediamo ancora abbastanza chiaramente per poterla ricordare.
“Ditemi ora, FRATELLI MIEI,
DITEMI ora, SORELLE MIE
CHI PARLA PER LUPO?”

La storia, come spiegò il padre a Paula Underwood, fu rielaborata, narrata e ricordata per molto tempo, ma non poté essere trasmessa al “Nuovo popolo che arrivò sulle navi di legno”. “Non abbiamo potuto insegnare loro a porre domande al lupo. Non capivano che era il loro fratello. Noi invece sapevano quanto tempo ci è voluto per ascoltare la sua voce”.
Non capivano che trascurare od omettere un solo aspetto della realtà può creare gravi difficoltà. Pensavano che solo una via fosse quella giusta e tutte le altre fossero sbagliate.
“Avrebbero imparato?”, chiese Paula.
“A volte la saggezza viene dopo una grande follia” rispose il padre.

Questo momento dovrebbe essere arrivato per noi.

Per approfondire:

*Wolves of Sorrow di Kathleen Malley qui
*Who Speaks for Wolf. A Native American Learning Story di Paula Underwood (San Anselmo 1991) qui
Andre Collard qui
Marti Kheel qui
Lisa Kemmerer qui
Brian Luke qui
Jody Emel qui

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