Artisti si nasce

di bulander
Illustrazioni di Isia Osuchowska

Balashankar Subramani era un ragazzo sveglio. Guarito dal Covid19, aveva deciso, come molti suoi compatrioti, d’intraprendere il cammino dei migranti verso l’Europa dove quelli come lui, ritenuti immuni, erano richiestissimi. “Vado a far fortuna in Europa”, aveva detto ai suoi dodici fratelli, ai due vecchi genitori e al cane TinTin, che vivevano in un villaggio del Punjab.
Approdato a Milano, la Caritas gli aveva trovato un posto in una cooperativa di pulizie, fatta tutta d’immuni, che pagava di più e veniva mandata in luoghi importanti, sedi di multinazionali, musei, case d’asta. E fu proprio in un locale della Sotheby’s che notò quei quadri che – diceva un suo collega che frequentava il posto da un anno – venivano venduti a milioni di euro. Anche quelli di quel tale, italiano mezzo argentino, che tagliava la tela con la taglierina e sopra ci dava una mano di colore.
“Beh, son capace anch’io”, pensò Balashankar Subramani. L’ispirazione gli venne da un sogno. Stava al ristorante con una ragazza, fumavano, il cameriere gli porta il conto, lui non ha i soldi per pagare, prende la cicca accesa, l’appoggia sul foglio della ricevuta, la buca e la restituisce al cameriere ridendo.
Così nacque la serie “Holes”, fatta di grandi fogli di carta pieni di buchi prodotti da una sigaretta accesa, o da un buco solo, e poi spruzzati da un po’ di vernice.
Milano non era la piazza più propizia per lanciarsi, un suo conterraneo era emigrato a Lugano e lì un gallerista notò l’arte di Balashankar. Tre anni più tardi i suoi buchi venivano battuti a 300/500 mila euro l’uno e lui non si chiamava più Balashankar ma Piet van Verhuuren.

Dieci anni dopo avrebbe potuto esserci la sua consacrazione di artista a livello internazionale. Un suo “Hole” era valutato sui sette/otto milioni di dollari, se poi invece che su carta era un “Hole” su pergamena (qui ci voleva il sigaro, un toscanello, per fare il buco) si arrivava a 12/13 milioni di dollari. Per questo il MoMA di New York gli aveva allestito una personale. Preparata da una campagna stampa ben orchestrata dal gallerista di Lugano che era diventato il suo agente, la mostra rischiava di diventare un evento memorabile.
Ma quando il taxi lo depose davanti all’ingresso del museo, Balashankar/Piet rimase di sasso. Un folto gruppo di attivisti della Lega Antifumo marciavano avanti e indietro sul marciapiede davanti al museo portando cartelli dal significato inequivocabile. I buchi della sigaretta erano un invito a fumare, e se il fumo uccide Piet van Verhuuren è un assassino, o meglio un istigatore di assassini. Un cartello diceva addirittura: “van Verhuuren reveal your murderous heart!”
La Lega Antifumo, così come tutte le cose riguardanti il clima, la salute, il benessere, la natura, la non violenza, era diventata una lobby potente negli USA e aveva soppiantato le varie National Rifle Association e simili. Il passaparola della buona società aveva funzionato alla perfezione, alla mostra non si doveva andare. Nelle sale un paio di visitatori sprovveduti, qualche giornalista freelance male informato, un po’ di impiegati della Philip Morris e nient’altro.
La sera stessa van Verhuuren licenziava il suo agente ticinese. Ne sarebbe nata una diatriba giudiziaria e lo svizzero, molto più scaltro, alcuni anni dopo lo avrebbe spogliato di tutto. E rieccolo in Punjab.
Ma Balashankar era un ragazzo tenace e non si dava per vinto. Cominciò a prendere grandi fogli di cartone, ad appiccicarci sopra immagini di Buddha fotocopiate e un fumetto che usciva dalla testa dell’Illuminato e diceva: “Fight the climate change!”. Seduto sui marciapiedi di Nuova Delhi, riusciva a piazzare qualcuno di questi fogli a dei turisti americani di passaggio, a qualcuno l’opera non interessava e gli allungava una moneta, ma lui preferiva una sigaretta. Ma non si lamentava. Faceva la fame, certo, ma era un artista, un artista di strada. E non aveva più bisogno di agenti.
Un bel giorno un tale che era stato impiegato alla Sotheby’s di Milano, in viaggio di vacanza in India, mentre esce dall’albergo 5 stelle lo vide sul marciapiede coi suoi fogli di cartone e lo riconosce. “Ma tu… ma tu… sei Balashankar, io sono il dottor Acqueforti, ti ricordi? Milano… via Bagutta… ma non eri diventato famoso? Come mai sei qui? Hai deciso di tornare in patria?” “Beh, sì, sono un artista di strada…”
“Non te la passi bene, mi sembra, cosa è successo?”
“Eh, purtroppo è colpa di questa” e solleva la mano con una sigaretta tra le dita.
“Ma come, il fumo ti ha rovinato? Ma che mi racconti? Eri immune al Covid per di più.”
“No, ho fatto troppi buchi con questa. Ma lei lavora ancora alla casa d’aste?”
“Mi sono licenziato, faccio l’agente di un artista e guadagno dieci volte tanto.”
“Ah, che tipo di arte fa? Dipinge?”
“No, è un performer, mette su un disco di Bach, in genere una fuga, e alla sedicesima battuta lui scoreggia, o fa una pernacchia, dipende dal suo stato intestinale.”
“E come fa a capire che è proprio la sedicesima battuta?”
“Gli faccio un segno io, che mi sono studiato a memoria la partitura. Per questo sono sia agente che co-performer, sul cachet ho una percentuale del 30%.”
“Eh già, i tempi cambiano”, sospira Balashankar tornando al suo marciapiede. Acqueforti è di fretta: “Verhuuren, se védum. Fa minga el stüpid coi to’ sigarett!”

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