Tre romanzi reimmaginati a Gaza

di Hani Al-Salmy
Traduzione di Margherita Giacobino

Tra le rovine di Gaza, Niveen Al-Gharabli raccoglie libri sparsi. (Foto: Osama Kahlout, via QNN)

Tre romanzi classici vengono reimmiginati a Gaza, dove la fame, la morte e il rifiuto del mondo di vedere danno loro nuovi finali.

Forse il tempo ha sbagliato l’ordine dei libri. Forse Fame non è mai stata solo la storia di un uomo affamato che vaga per una città lontana. Forse La peste non ha mai avuto bisogno di una città immaginaria per parlare di morte, e Cecità non ha mai avuto bisogno di un’epidemia per chiedersi se gli esseri umani siano capaci di vedersi l’un l’altro.
Forse questi tre romanzi, fin dal momento in cui sono stati scritti, erano alla ricerca di un luogo più spietato in cui le loro storie potessero concludersi.
Se i loro autori scrivessero oggi, forse si troverebbero a Gaza, dove la fame non è più una condizione individuale, la peste non è più una singola malattia e la cecità non è più un difetto della vista.
Qui la fame si annida nelle case, la peste perseguita i corpi e la cecità è diventata il modo in cui il mondo guarda a Gaza.

Immagino i tre romanzi risorgere dalle loro tombe letterarie, riaprire le loro pagine e dare nuovi nomi ai loro personaggi. Lasciarsi alle spalle le vecchie città e giungere a Gaza.
Uno entra dalla porta di un panificio, un altro da quella di un ospedale, e il terzo da una finestra da cui nessuno può vedere cosa c’è oltre. Sono vecchi romanzi, ma questa volta non raccontano storie del passato. Si stanno riscrivendo nel nostro tempo.

Fame

Se Knut Hamsun scrivesse oggi “Fame” a Gaza, forse il suo protagonista non sarebbe più uno scrittore che vaga per le strade di una città europea in cerca di pane. Forse sarebbe un padre di nome Salem, che vive con la moglie e la figlia in una tenda di cui non ha la certezza che sarà ancora in piedi al mattino.
Salem non ha una stanza dove scrivere, né una scrivania, né carta pulita. Scrive sul retro di un pezzo di cartone recuperato da una cassetta di pronto soccorso, lavorando alla debole luce di un telefono la cui batteria si scarica un po’ di più ogni notte.
In questo nuovo romanzo, la fame non inizia quando in cucina finisce il cibo. Inizia quando una persona comincia a contare ciò che resta: mezzo sacco di farina, tre cucchiai di lenticchie, un pezzettino di pane, una bottiglia d’acqua, una compressa di medicina. Tutto deve essere contato ora, persino il tempo.
Ogni mattina, Salem apre l’armadio, poi lo richiude velocemente in modo che sua figlia non veda che è vuoto.
«Non ho fame, papà», gli dice lei.
Lui sa che lei sta mentendo perché lo ama.
Salem si mette in cammino in cerca di pane, unendosi ad altri diretti che vanno nella stessa direzione. Nessuno sa dove sarà il punto di distribuzione, se il cibo arriverà o se la strada rimarrà aperta. Lungo il cammino, vede un uomo che offre il suo orologio da polso in cambio di un sacco di farina. Una donna ha messo la fede nuziale su un pezzo di stoffa e dice ai passanti: “Datemi abbastanza per sfamare i miei figli per un giorno”. Un bambino porta una piccola pagnotta tra le mani come se fosse qualcosa di sacro.

Ma il cuore del romanzo non è solo la ricerca del pane da parte di Salem. Lentamente, lui inizia a perdere le cose che un tempo credeva fossero parte di sé. Diventa disposto a mentire per procurarsi del cibo, a nasconderlo agli altri, e poi si vergogna di se stesso per averlo fatto. La fame non consuma solo il suo stomaco. Consuma l’immagine che ha di sé.
Finalmente, Salem riesce a procurarsi una pagnotta e torna alla tenda. Sua figlia dorme e sua moglie è seduta accanto a lei. Guarda a lungo il pane. Non lo mangia. Lo posa accanto alla testa della figlia.
Al mattino, il pane è sparito. Non sapremo mai chi l’ha mangiato. Lo scrittore non ha bisogno di dircelo.

La peste

Se Albert Camus scrivesse “La peste” a Gaza, non avrebbe bisogno di inventare una nuova malattia. Forse farebbe di Yusuf, un medico, il suo protagonista, un uomo che cerca di capire perché la morte sia diventata più ordinata della vita.

Tutto inizia con un piccolo ospedale che riceve più pazienti di quanti ne possa gestire. Poi salta la corrente. Le medicine scarseggiano e presto i letti diventano insufficienti. La domanda non è più “Chi morirà?”, ma “Chi possiamo salvare?”.
Yusuf non dorme. Porta sempre con sé un piccolo taccuino in cui annota i nomi dei suoi pazienti, ma ben presto i nomi diventano troppi per la sua mano. All’inizio, scrive il nome, l’età e la patologia di ciascun paziente. Dopo qualche giorno, scrive solo i nomi. Dopo qualche settimana, inizia a scrivere numeri.
Fuori, la città è sotto assedio. La gente teme le malattie, ma teme ancor di più la fame, i bombardamenti, l’acqua contaminata e la mancanza di medicine. La peste qui non è un fenomeno isolato. È un insieme di fattori che si combinano fino a far diventare la morte una realtà quotidiana.
Mariam, una giovane infermiera che ha perso la casa, continua a lavorare al fianco di Yusuf. Un giorno gli dice: “Non ci limitiamo a curare i malati. Stiamo rimandando la loro morte per un po’, in modo che possano sentirsi ancora vivi”.
Poi c’è Adam, un bambino che diventa il cuore del romanzo. Arriva in ospedale con la febbre alta, un piccolo cavallino di plastica infilato in tasca. Ogni volta che la sua temperatura sale, chiede a Yusuf: “Mio padre tornerà?”.
Il dottore non può rispondere.
Mentre la gente inizia a fuggire dalla città, Yusuf e Mariam decidono di restare. Non restano perché credono di vincere, ma perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno di un’altra persona al proprio fianco.
Nella scena finale, Yusuf lascia l’ospedale dopo un’altra giornata interminabile. La città è silenziosa. Poi, in lontananza, sente la risata di un bambino. Si ferma e guarda Mariam.
“Hai sentito?” chiede.
«Sì», risponde lei.
La peste non finisce con una vittoria medica. Finisce con il suono di un bambino. Perché se Camus avesse scritto di Gaza, forse avrebbe capito che resistere alla morte non significa sempre salvare un corpo. A volte significa preservare la capacità di un essere umano di ridere.

Cecità

Se José Saramago avesse scritto Cecità a Gaza, non avrebbe avuto bisogno di una misteriosa malattia che rende ciechi. La cecità sarebbe stata presente fin dalla prima pagina, ma sarebbe appartenuta a coloro che, al di fuori di Gaza, si rifiutavano di vederla.

Il suo personaggio centrale sarebbe una donna senza nome, forse perché non vuole che il romanzo le attribuisca un’unica identità. Vive in una città che ha perso quasi tutto, eppure riesce ancora a scorgerne i minimi dettagli: la tenda dove dormono i bambini, la donna che nasconde l’ultimo pezzo di pane, l’uomo che porta con sé una fotografia della sua casa distrutta, il bambino che disegna una finestra su un muro dove non c’è più una casa.
Altri la circondano. Un uomo che ha perso un occhio ma vede più di chiunque altro. Una bambina che colleziona frammenti di vetro colorato e li conserva in una scatola di latta. Un vecchio che insiste nell’indossare una camicia bianca ogni mattina. Un poeta il cui quaderno non contiene altro che i nomi di luoghi scomparsi.
La storia inizia quando la donna si rende conto che il mondo fuori Gaza parla della città senza vederla. Le immagini appaiono sugli schermi. I numeri aumentano. Vengono rilasciate dichiarazioni. Poi i volti scompaiono. Tutti conoscono il numero dei morti, ma nessuno conosce il nome della bambina che amava il mare.
Inizia a collezionare nomi, scrivendoli sui muri, sui cartoni, sulle porte delle tende. Ogni volta che qualcuno muore, scrive il suo nome. Ogni volta che una casa viene distrutta, ne scrive l’indirizzo. Ogni volta che una famiglia scompare, lascia un segno nel luogo in cui vivevano.
Il suo quaderno diventa più pericoloso di un’arma perché restituisce alle persone il loro volto.
Nella scena finale, raggiunge il mare. Sedendosi di fronte ad esso, apre il quaderno e scopre che l’acqua salata ha inzuppato molte delle sue pagine. I nomi iniziano a scomparire. Ma non lo chiude.
«Se i nomi scompaiono», dice, «diranno che non siamo mai stati qui».
Poi ricomincia a scrivere.

Forse, se Saramago avesse scritto Cecità a Gaza, non avrebbe avuto bisogno di un’epidemia per far perdere la vista al mondo. Sarebbe bastato che il mondo vedesse tutto e poi scegliesse di non guardare.

E così i tre romanzi ritornano a Gaza. La fame cerca una pagnotta di pane. La peste cerca un corpo. La cecità cerca un occhio. Ma Gaza dona loro qualcosa che le loro vecchie pagine non contenevano: l’essere umano che, nonostante tutto, continua a cercare di vedere, di nutrire gli altri e di vivere.

 

*L’articolo è stato pubblicato in inglese il 28 settembre 2026 su The Palestine Chronicle, che ringraziamo.

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