Vandana Shiva: per un’agricoltura non patriarcale

di Giovanna Borrelli

Privo del principio femminile, né conservativo né ecologico, così Vandana Shiva definisce lo sviluppo economico, storicamente e ideologicamente opera dell’uomo bianco e occidentale. Per contrastare questo modello, l’ambientalista e femminista indiana difende la biodiversità, promuove la raccolta e la conservazione di migliaia di semi di specie diverse ed educa il mondo rurale a proteggere l’agricoltura di sussistenza, priva di concimi chimici e organismi geneticamente modificati (OGM). Dal 1987 la sua organizzazione, Navdanja (“nove semi”) si batte per la difesa della sovranità alimentare, dei semi e dei diritti dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. Un movimento condotto da donne perché Shiva è convinta che seguendo il principio femminile si tutela la cultura e la biodiversità. Una convinzione che ha radici nella cultura indiana.
Negli anni Settanta, in tutto il mondo, i movimenti femminili incominciarono a interrogarsi sulla connessione tra la salute, la vita e la distruzione della natura. Le donne si preoccupavano delle conseguenze negative che lo sviluppo economico e tecnologico stava già dimostrando di avere sulla natura e sugli esseri umani.
In quegli stessi anni, Vandana Shiva partecipò in India alla lotta del movimento chipko in difesa delle foreste dell’Himalaya. L’esportazione di legname che l’India promuoveva per favorire lo sviluppo economico dell’area stava provocando alluvioni e siccità, frane e scarsità di carburante e di foraggio. Le donne contadine che praticavano un’agricoltura di sussistenza, raccogliendo nelle foreste i principali alimenti, il legname per il fuoco e l’acqua, erano particolarmente minacciate dalla deforestazione. Da quell’esperienza Vandana Shiva sviluppa la sua critica al modello di sviluppo occidentale. Nel libro Staying Alive del 1989 lo definisce maldevelopment (male-development), uno sviluppo basato sul pensiero patriarcale. La donna, come la natura, è dominata e svalutata da un’economia di mercato patriarcale, la stessa che giustifica l’oppressione in base alla razza, alla classe, alla sessualità, alla specie. Per questo motivo per Shiva sono le donne a dover guidare i movimenti ecologisti.
Shiva critica anche il rapporto tra scienza, donne e natura. La scienza moderna con Cartesio, Newton, Bacon, ha trasformato la natura in risorsa da sfruttare. La sua espressione più violenta è l’agricoltura industriale, con gli OGM. Tecnici e scienziati hanno sezionato la natura per manipolarla a loro piacimento, applicando la scienza all’agricoltura, all’allevamento, alla gestione dell’acqua e così via. Queste attività sono diventate intrinsecamente violente e distruttive. A pagarne le conseguenze sono soprattutto le donne e le popolazioni indigene, la terra e tutti gli esseri viventi non umani, sfruttati per alimentare l’economia globale.
Per Vandana Shiva il principio femminile, invece, oppone modi nonviolenti di concepire il mondo e di agire per sostenere tutte le forme di vita. Recuperarlo permette di realizzare quella transizione ecologica che dall’uniformità (le monocolture) ritorna alla diversità (biodiversità), e dal riduzionismo scientifico passa alla valorizzazione della complessità della natura.

 

 

 

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