di Dr. Samah Jabr
Illustrazione di Safaa Odah
Traduzione di Margherita Giacobino

Recentemente una donna di una cinquantina d’anni, con l’aria rattristata da un vecchio dolore, mi descriveva un ricordo d’infanzia che ancora la tormentava.
Nel 1976, durante l’assedio del campo di Tel al-Zaatar, ogni giorno la sua famiglia doveva affrontare la fame. Il fratello maggiore aveva rubato una pagnotta e l’aveva nascosta sotto il materasso, nella speranza che questo gli permettesse di sopravvivere un giorno di più.
Ma il pane era ammuffito prima che potesse mangiarlo.
Quando il padre l’aveva scoperto, aveva picchiato il figlio senza pietà. La crudeltà del padre verso il figlio rifletteva la crudeltà dell’assedio, in cui il pane era diventato un bene prezioso e la lotta per la sopravvivenza metteva alla prova la coesione familiare.
Tel al-Zaatar era solo un capitolo della lunga storia della Palestina, in cui la carestia è stata utilizzata come uno strumento.
Quell’assedio, costato la vita a migliaia di persone, non era un’eccezione nella storia della guerra. Il ricorso alla fame è una tecnica antica, che è stata usata a più riprese, dall’assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale fino al Darfour, allo Yemen, alla Siria e alla regione del Tigri in Etiopia.
Oggi il fatto si ripete in modo ancora più brutale a Gaza, dove il blocco alimentare è diventato un’arma sistematica che mira a colpire non solo il corpo ma anche la psiche di tutta una comunità e il suo tessuto sociale.
Nel 2024, il Tribunale Penale Internazionale ha emesso dei mandati di arresto contro i dirigenti dell’occupazione israeliana, accusandoli di utilizzare la fame come arma di guerra.
Gli esperti di diritto la definiscono una “tortura comunitaria”, una violenza a lenta combustione che si infiltra nei gruppi per minarne la resilienza e infine spezzarla.
Il giurista Tom Dannenbaum afferma che la fame “distrugge la capacità di una persona di dare la priorità alla moralità, opponendo l’istinto di sopravvivenza ai legami d’amore e di amicizia, svuotando progressivamente le vittime del loro senso e dei loro valori”.
Il “sumud” è da tempo uno slogan morale e una fonte di fierezza per i palestinesi, ma sotto il blocco attuale è diventato un pesante fardello psicologico.
Quello che recenti scritti definiscono una “fatica della resilienza” riassume bene questa tragedia: non si tratta semplicemente di un esaurimento dell’individuo ma di un esaurimento collettivo e a lungo termine della resilienza.
La motivazione diminuisce, l’apatia emozionale aumenta, e i sentimenti di colpevolezza e di sfinimento diventano compagni quotidiani, anche nei bambini e negli adolescenti.
Oltre l’85% della popolazione di Gaza è stato forzatamente spostato in campi sovrappopolati, sprovvisti di acqua potabile e di un minimo di intimità. Qui la sopravvivenza stessa è diventata un dovere imposto e, da valore, la determinazione è diventata un nuovo imperativo morale.
Col passare del tempo, il blocco si inscrive nella psiche collettiva come un sentimento cronico di assedio: una sensazione permanente di pericolo, una mancanza di fiducia nel mondo esterno e una visione binaria del mondo che oppone ‘noi’ a ‘loro’.
La letteratura psicologica lo descrive come uno stato di “difesa psicologica permanente” in cui le comunità perdono la capacità di pianificare l’avvenire o di instaurare la fiducia.
A Gaza, dove il blocco dura da decenni e le guerre si susseguono senza che agli aggressori venga richiesto di renderne conto, intere generazioni crescono in un mondo visto unicamente attraverso il prisma della paura e della delusione.
Queste generazioni formano un’identità collettiva assediata dall’interno, incapace di ricostruire una relazione col mondo.
La carestia non minaccia solo l’esistenza biologica, ma rimodella anche la memoria collettiva e le relazioni umane.
Nella regione del Tigri, in Etiopia, l’87% delle famiglie affrontano privazioni alimentari e a volte gli adulti passano più giorni senza mangiare, nella speranza di nutrire i loro bambini.
Queste pratiche lasciano profonde cicatrici psicologiche e rimodellano le relazioni familiari.
A Gaza, oggi, i genitori sono costretti a dividere e ancora dividere piccole porzioni e a mandare i loro figli a fare la coda in gremite file di attesa per ottenere da mangiare.
Così i bambini imparano che la sopravvivenza richiede la messa in margine dei loro valori e l’indebolimento dei legami sociali.
La storia ci insegna che gli effetti della carestia non scompaiono con la fine della guerra.
La grande carestia cinese (1959-1961), che ha fatto decine di milioni di morti, ha lasciato strascichi psicologici per generazioni.
Studi condotti mezzo secolo dopo hanno mostrato che i sopravvissuti soffrono di livelli di depressione notevolmente più elevati e che gli effetti della carestia si trasmettono attraverso i modelli parentali e le reazioni biologiche allo stress, diventando un’eredità collettiva trasmessa di generazione in generazione.
Gaza oggi si trova all’alba di una simile eredità di malessere psichico, che si prolungherà nei decenni successivi.
Per affrontare questa molteplice e sfaccettata violenza, non bastano le consegne urgenti di cibo. Sono necessarie risposte globali per ricostruire il sistema sanitario, compresi i servizi di salute mentale, e la creazione di spazi sicuri dove gli individui possano ristabilirsi, liberati dal ricatto morale della resilienza.
La carestia è un’arma che rimodella la memoria, l’identità e le relazioni umane. Il nostro successo nella lotta contro la fame si misurerà sulla nostra capacità di preservare la dignità, il senso e la memoria degli esseri umani di fronte a una guerra condotta contro lo spirito stesso della resistenza.
*L’articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2025 su The Palestine Chronicle
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*La Dr. Samah Jabr è una psichiatra che esercita in Palestina, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Integra la sua competenza medica con l’attivismo, affrontando l’impatto psicologico dell’occupazione, del trauma storico e della guerra. In Italia ha pubblicato tre libri con Sensibili alle foglie.
*La cartoonist palestinese Safaa Odah vive dal 2024 nel campo profughi al Mawasi a Khan Younis (Striscia di Gaza).
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