Una bella fetta di felicità in meno

Partorire al tempo del Covid

di M.G.
Illustrazioni di Isia Osuchowska

Ci stiamo abituando alle statistiche dei contagi e delle morti, a una vita sospesa – ma ci sono soggetti che non possono aspettare, neppure in tempo di emergenza: le donne incinte e le creature che devono nascere. Alle soglie di una ripresa speranzosa ma incerta, ne parliamo con Anna Giacobino, coordinatrice dei consultori del distretto di Ciriè, alle porte di Torino.

Raccontaci in cosa consiste il tuo lavoro.

I consultori sono strutture sanitarie nate nel 1975, quando viene riformulato il diritto di famiglia e si dà vita a una nuova tipologia di servizi a sostegno delle donne, le coppie e le famiglie. Dopo anni altalenanti, hanno ripreso vita e offrono servizi integrati tra loro: contraccezione, gravidanza, sessualità, prevenzione.

E ora, durante l’emergenza?

Si procede con molta cautela, limitandosi alle visite indispensabili. Sono stati mantenuti i controlli di gravidanza e gli esami, mentre sono state tolte dall’agenda molte attività relative alla contraccezione: i controlli sulla spirale, o la ragazzina che vuole una prima visita per la pillola, devono aspettare. Vengono contingentati gli ingressi alle strutture, previa scheda pre-triage per appurare eventuali sintomi che possano far sospettare un’infezione Covid. Le donne accedono alle visite da sole, devono muoversi più in autonomia, tranne nei casi in cui ci siano barriere linguistiche importanti e sia necessaria la collaborazione di terzi.
Abbiamo organizzato corsi pre-parto online e stiamo preparando anche corsi post-nascita. Anche la prevenzione ha subito una battuta d’arresto, niente pap test di routine, ma garantito il secondo livello con la colposcopia, là dove può esserci un dubbio di lesione da approfondire.

Come si vive la gravidanza e si partorisce in questo periodo? Ci sono più rischi per le donne e i neonati?

No, rischi no, la Regione grazie al cielo ha dei buoni standard sul controllo dell’ostetricia, linee guida, protocolli, nulla è lasciato al caso, ci sono percorsi dedicati per i casi dubbi o positivi. Il tampone si fa se ci sono sintomi o se le donne sono state a contatto con casi certi. Se risultano positive vengono inviate nei Centri Hub (ospedali in grado di fornire servizi e terapie ad alta complessità), il Sant’Anna e il Maria Vittoria. Anche i neonati possono essere positivi, è raro ma va pensato, e siamo attrezzati anche per questo.
Certo, prima a Ciriè si privilegiava l’intimità e la naturalità del parto e il partner poteva stare con la neomamma per molte ore, adesso dopo due ore deve uscire e può tornare solo negli orari di visita. Le donne sono più sole. Si è persa la spontaneità.
Prima attorno alla partoriente c’era un’atmosfera di festa, magari si chiudeva un occhio sulle persone che venivano a trovarla, ora tutto è controllato e rigorosamente sorvegliato. Le ostetriche si prodigano per mantenere un altissimo standard di assistenza, non solo sanitaria ma anche emotiva. Ma il personale non può sostituirsi alle figure familiari… per cui sì, credo che il Covid abbia portato via una bella fetta di felicità all’evento della nascita.

Qual è il rischio, per voi che operate nel settore?

Il rischio per noi sul territorio c’è e c’è stato soprattutto nel periodo iniziale della pandemia quando, come sappiamo, i dispositivi di protezione non venivano distribuiti perché non c’erano. Il personale positivo c’è ovunque. Poi c’è grande polemica sui tamponi, molta gente è furente, convinta che l’inefficienza dipenda dalla scarsa volontà, ma di fatto dipende dalla scarsità di mezzi. Anche noi abbiamo il problema degli asintomatici, che possono contagiare senza saperlo. Aspettiamo i test sierologici a tappeto, almeno a tutti noi sanitari.

Si sta parlando di un aumento della violenza domestica in tempo di quarantena.

Sì, qualcosa in consultorio si percepisce, donne che si lamentano della presenza ingombrante del marito a casa, magari anche incazzato perché non sta lavorando. Ci sono situazioni già al limite che possono peggiorare. Il messaggio che cerchiamo di mandare è che le nostre porte sono aperte. Dall’anno scorso, nell’agenda della gravidanza istituita dalla Regione per facilitare l’iter medico delle donne in gravidanza, è stata inserita la voce Depressione Post Partum – un grosso problema di cui si parla poco perché si dà per scontato che la donna che ha partorito debba essere felice e contenta, anche se in realtà per questioni ormonali ed emotive i primi periodi non sono affatto semplici. Nella scheda sulla depressione si parla anche di possibili maltrattamenti e violenze, e questo è servito, qualche donna si è aperta. È un primo passo, un’iniziativa importante della Regione Piemonte.

Cosa cambieresti nello specifico del tuo lavoro, se potessi?

In questi anni ci sono stati tagli terribili al personale infermieristico/ostetrico. Medici di medicina generale andati in pensione senza ricambi, ospedali “ricostruiti” su ospedali preesistenti… Anche l’architettura ospedaliera andrebbe rivista. E l’informatizzazione. Bisogna fare un salto di qualità, snellire la burocrazia, avere programmi che velocizzano il lavoro. Ci vorrebbe una piattaforma per cui se Rossi Maria si fa male in Sicilia, digitano Rossi Maria e dalla Sicilia vedono tutta la sua storia clinica, immediatamente. L’investimento informatico, nella nostra ASL e non solo, è arrivato a singhiozzo. Abbiamo computer a carbonella, stampanti artritiche e programmi che meriterebbero una riformulazione continua per stare dietro alle esigenze sanitarie sempre in cambiamento.

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