Restare saldi quando la vittoria sembra lontana
di Samah Jabr
Vignetta di Safaa Odah
Traduzione di Margherita Giacobino

L’arrivo al potere di Donald Trump ha segnato una svolta per la Palestina, non perché sia stato il primo presidente americano a schierarsi dalla parte dell’aggressione israeliana, ma perché l’ha fatto senza mezzi termini.
La sua amministrazione ha abbandonato ogni ipocrisia diplomatica, incoraggiando Israele ad agire con ancor maggiore impunità e segnalando così al mondo che la sofferenza dei palestinesi non giustifica neppure una preoccupazione retorica.
Con Trump, la maschera è stata gettata, rivelando la realtà cruda e senza vergogna della complicità degli Stati Uniti nei crimini di Israele.
Oggi assistiamo a una repressione senza precedenti della militanza pro-Palestina in Occidente, soprattutto nelle università americane, dove gli studenti che osano denunciare le atrocità israeliane sono vittima di vessazioni, denunce online, minacce legali.
Viene criminalizzata anche la solidarietà, mentre i partigiani di Israele promuovono senza vergogna la ‘Riviera di Gaza’ come un fantasma distopico: una striscia di terra colonizzata e spopolata, ripulita dagli abitanti, in attesa di investitori stranieri.
Non si tratta di sviluppi isolati, ma dei sintomi di un progetto più vasto e pericoloso di cancellazione della storia, incoraggiato dalla complicità mondiale e dal silenzio assordante di quelli che si dicono difensori dei diritti umani.
Questo cambiamento è stata una disillusione per molte persone che un tempo avevano creduto nel diritto internazionale e nelle istituzioni dei diritti umani. Ma ha anche fatto emergere una verità essenziale: la lotta per la Palestina non è mai dipesa dalla buona volontà dei governi, ma si è sempre basata sulla perseveranza della gente comune che si rifiuta di distogliere lo sguardo.
La storia ci insegna che quando le vie ufficiali falliscono, i movimenti popolari diventano l’ultima linea di difesa contro la tirannia.
Se gli oppressori raddoppiano i loro sforzi, noi dobbiamo fare lo stesso. Se tentano di intimidirci, dobbiamo alzare la voce. Se cercano di rendere costosa la solidarietà, noi dobbiamo renderla inarrestabile. Se credono di poter riscrivere la storia riducendo al silenzio quelli che dicono la verità, allora il nostro compito è quello di ancorarla più profondamente nella coscienza pubblica.
Una solidarietà più necessaria che mai nei momenti di debolezza
C’è un comprensibile desiderio di vittoria, di qualcosa di tangibile che dimostri che i nostri sforzi contano. È facile sostenere una causa quando è vincente.
Quando i boicottaggi guadagnano terreno, quando il discorso dei politici cambia, quando le manifestazioni di massa sembrano rovesciare la tendenza, è in quei momenti che le persone si precipitano per essere dal lato giusto della storia.
Ma non è nei momenti del trionfo che la solidarietà è davvero messa alla prova, è quando si è esausti, quando la disperazione incombe, quando la lotta sembra inutile.
Oggi, mentre il mondo è testimone di un genocidio in tempo reale, i governi reprimono quelli che si rifiutano di tacere e i grandi media continuano la campagna di colpevolizzazione, deformazione e disumanizzazione, è precisamente questo il momento in cui la fermezza è più importante.
La vera solidarietà consiste nel mostrarsi quando le telecamere sono spente, quando le vittorie sono rare, quando la strada da seguire non è chiara. L’oppressione non si ferma quando il mondo se ne disinteressa, e la nostra resistenza nemmeno.
L’assenza di un successo immediato non significa uno scacco. Significa che la lotta è nel suo stadio più cruciale ed esige un impegno più grande, delle strategie più affilate e una convinzione irremovibile che la giustizia non è una questione del caso, ma di volontà collettiva.
Il costo emotivo della solidarietà
Essere solidali con la Palestina vuol dire essere testimoni, giorno dopo giorno, di un ciclo incessante di brutalità. Assorbire le immagini di case bombardate, di corpi mutilati, di famiglie annientate in un istante. Sostenere il peso dell’ipocrisia nel vedere i dirigenti occidentali parlare di diritti umani nel momento stesso in cui forniscono armi all’apartheid.
Non è facile. I militanti e i difensori della Palestina devono affrontare il rischio dello sfinimento, della fatica emotiva e della disperazione. L’enormità dell’ingiustizia – i tradimenti, le ipocrisie, l’ampiezza delle sofferenze – può essere paralizzante, soprattutto per i nuovi arrivati nel movimento.
È per questo che la solidarietà non può essere alimentata soltanto dall’indignazione reattiva. Deve essere sostenuta dalla conoscenza, dalla comunità, dal pensiero critico e da una visione a lungo termine.
Quelli che sono impegnati in questo combattimento da anni devono sostenere i nuovi arrivati, non solo fornendo loro informazioni, ma anche guidandoli perché possano sostenere il peso psicologico di questa lotta.
I gruppi di solidarietà devono coltivare di più della semplice resistenza; devono favorire gli spazi di dialogo, di empatia rivoluzionaria e di guarigione. Senza questo, i movimenti si frammentano e subentra lo sfinimento.
Comprendere la Palestina al di là delle narrazioni semplicistiche
La solidarietà non deve essere fondata su miti romanticizzati. Non può basarsi su un’immagine idealizzata dei palestinesi come un fronte unito di resistenza eroica.
La realtà è più dolorosa: la colonizzazione frammenta le società. Semina la divisione, impone scelte impossibili e aizza le persone le une contro le altre in una lotta disperata per la sopravvivenza.
Il fratricidio – conseguenza tragica delle divisioni interne palestinesi – non è un tradimento della lotta: è un prodotto intenzionale della colonizzazione stessa.
Ogni progetto coloniale della storia ha fatto ricorso alla frammentazione per indebolire la resistenza. Riconoscere questo non dovrebbe indebolire la solidarietà internazionale, ma al contrario renderla più forte.
La vera solidarietà non esige la perfezione da parte degli oppressi; esige una comprensione delle pressioni incessanti che essi subiscono. Il cammino della liberazione non è né pulito né lineare, è disseminato di imboscate, di tradimenti e di realtà dolorose.
Sostenere la Palestina è sostenerne il popolo in tutta la sua complessità, non malgrado, ma proprio in ragione di questa.
La durata della lotta supera quella di una generazione
Le lotte di liberazione non si misurano in cicli di informazioni o in mandati elettorali. Il combattimento per la Palestina non è nuovo e non finirà domani. Ma la storia ha già risposto alla domanda se combattimenti come questi si possano vincere.
L’Algeria ha combattuto per più di un secolo prima di liberarsi dal dominio francese. In Sudafrica l’apartheid sembrava eterno, fino a quando non è crollato. Negli Stati Uniti i militanti per i diritti civili sono stati picchiati, imprigionati e assassinati, ma hanno cambiato la storia.
Il mondo è pieno di esempi di sistemi di oppressione un tempo dominanti che sembravano invincibili, fino a che non lo sono stati più. E in tutti i casi gli oppressori non hanno ceduto le armi per un risveglio di coscienza, ma sono stati costretti a battere in ritirata dalla persistenza di coloro che cercavano di spezzare.
I palestinesi conducono questa lotta da generazioni. Il compito dei movimenti di solidarietà non è offrire loro speranza, ma vegliare a che non restino soli nella loro resistenza.
Ogni azione, ogni voce, ogni rimessa in discussione dello statu quo fa vacillare la macchina dell’oppressione.
Anche quando le vittorie sembrano lontane, la storia ci mostra che la perseveranza cambia la faccia della realtà. La Palestina non fa eccezione.
Il lavoro compiuto oggi forse non dà risultati immediati, ma non è mai vano. Ogni voce che si rifiuta di essere ridotta al silenzio, ogni sfida lanciata alla propaganda, ogni atto di sfiducia contribuisce a una forza inarrestabile che, un giorno, farà pendere la bilancia dalla sua parte.
Non è una lotta per una gratificazione istantanea; è una prova di resistenza. E coloro che si impegnano in essa devono farlo sapendo che i loro sforzi, per discreti che siano, non sono mai vani.
La scelta che abbiamo di fronte
Stiamo attraversando un periodo difficile, ma è anche un momento di lucidità. Nessuno può più fingere di ignorare gli orrori che avvengono a Gaza, la carestia forzata, i massacri, la distruzione deliberata di un intero popolo.
La domanda che ci si pone è semplice: lasceremo che la paura, la spossatezza o la disperazione ci paralizzino? O ci riprenderemo, ci rimboccheremo le maniche e ci faremo forti a vicenda, sapendo che la giustizia non viene regalata, viene conquistata da quelli che lottano per lei?
Non sappiamo quando la Palestina sarà libera, ma conosciamo la strada che porta alla sua libertà. La storia ci assicura che nessun impero, nessun sistema di oppressione, nessun progetto coloniale è mai stato permanente.
Non si tratta di sapere se la giustizia trionferà, ma quando trionferà, e se noi in quel momento saremo coraggiosamente dalla parte giusta della storia.
La solidarietà non è un numero da circo. Non è un accessorio che si porta quando ci fa comodo. È un impegno a vita verso la verità, la giustizia e la convinzione irremovibile che, per quanto sia il tempo che ci vorrà, gli oppressi un giorno si solleveranno e gli oppressori cadranno.
*L’articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2025 su The Palestine Chronicle, che ringraziamo.
