di Marie Schwab
Illustrazione di Safaa Odah

Mentre a Gaza stanno scomparendo quattro generazioni, fatte a pezzi dalle bombe israeliane, schiacciate dai carri armati israeliani, morte di fame a causa del blocco israeliano, l’Europa continua a considerare la questione palestinese non come un crimine perpetuo contro l’umanità, ma come una crisi da gestire con dichiarazioni e operazioni di facciata.
Nel momento in cui la resistenza palestinese è pronta a fare concessioni senza precedenti, l’occupante e i suoi sostenitori pongono il suo disarmo come condizione preliminare per qualsiasi soluzione.
Chiedere alla resistenza di deporre le armi la dice lunga su di noi. Sulla nostra sottomissione. Sulla nostra eredità colonialista. Sulla nostra abissale ignoranza della questione palestinese. Del nostro ostinato rifiuto di affrontare il problema alla radice e di individuarne la causa primaria: il progetto coloniale sionista.
Mustafa Barghouti riassume così la situazione: “La sopravvivenza del popolo palestinese passa attraverso il fallimento del progetto sionista”.
Da 77 anni Israele uccide bambini, donne, uomini, anziani, malati e feriti con bombe, proiettili e fuoco. Ora Israele costringe i genitori a guardare i propri figli morire lentamente di fame.
Chiediamo a qualsiasi palestinese, a qualsiasi popolo che abbia subito la repressione coloniale, cosa pensa della resa. Il diritto alla resistenza armata è un diritto sacro.
“I palestinesi devono fermarsi mentre Israele continua a sparare?”, scrive il poeta assassinato Refaat Alareer, che spiega così l’Operazione Al-Aqsa Flood: “Questa è la rivolta del ghetto di Gaza. Sappiamo che Israele ci ucciderà, in un modo o nell’altro. L’occupante ci affama, ci assedia, ci espropria, ci espelle. Israele vuole metterci in ginocchio, quindi tanto vale combattere e morire con dignità”.
Dobbiamo capire che catturare israeliani per scambiarli con le migliaia di ostaggi palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane è l’unico modo che la resistenza ha per far uscire i propri figli. Preferirebbero non doverlo fare e accompagnarli a scuola.
L’Occidente finge di ignorare il motivo per cui Hamas non può accettare di arrendersi.
Pretendere che la resistenza deponga le armi equivale a negare ai palestinesi il diritto di resistere al proprio sterminio, al furto delle loro terre e delle loro case. Significa lasciare loro solo la scelta tra la morte o la resa. E privarli di ogni dignità.
“Avete l’esercito più potente della regione, uno degli eserciti più potenti al mondo. State combattendo contro un gruppo armato di secondo livello, dotato di armi rudimentali fabbricate in loco. In due anni, non siete riusciti a sconfiggerlo. In due anni, non siete riusciti a raggiungere quello che dichiaravate essere il vostro obiettivo primario. E poi sperate di ottenere al tavolo dei negoziati ciò che non siete riusciti a ottenere sul campo di battaglia?”, sottolinea Moin Rabbani, analista palestinese.
Il problema non è questo o quel gruppo di resistenza. Ricordiamo, inoltre, che dall’ottobre 2023, tutte le decisioni relative ai colloqui sono state prese dall’insieme di tutti i gruppi palestinesi, armati o meno.
Attribuendo a tutto ad Hamas, che non riconoscono né citano mai, e affibbiandogli sistematicamente gli epiteti dettati da Tel Aviv, i media e i politici occidentali cercano di screditare la resistenza. Una resistenza senza storia né volto, senza voce né ragione.
“Hamas non è un’entità straniera che sarebbe stata importata in Palestina. È un movimento di liberazione nazionale islamico, perché la società palestinese è permeata dall’Islam. I suoi membri hanno trascorso tutta la vita in un campo di concentramento. La loro vita è stata segnata dall’oppressione e dagli assassini, dall’occupazione e dalle invasioni da parte di Israele”, ricorda Jeremy Scahill.
Le armi non appartengono a una fazione, ma alle persone che si ribellano all’oppressore. La lotta non è opera di un gruppo, ma di ogni sorella che perde il fratello, di ogni padre che seppellisce il figlio, di ogni bambino che sa di avere il diritto di conoscere qualcosa di diverso da una vita di oppressione, prigionia e sottomissione.
“Con le nostre anime, con il nostro sangue, onoreremo la vostra morte, martiri”: questa canzone accompagna da decenni i funerali delle vittime dell’occupazione, in tutta la Palestina occupata.
“Non importa quanti di noi uccideranno, il tempo è con noi. Non abbandoneremo la nostra terra”, ha detto Musa al funerale del figlio diciottenne assassinato a Mughayyir, a est di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.
Dopo 700 giorni di genocidio a Gaza, dopo 700 giorni di colonizzazione accelerata in Cisgiordania, dopo 700 giorni di una politica di bombardamenti immotivati su Libano, Siria, Yemen, Iran , gli israeliani sono più sicuri?
Israele non ha mai cercato la sicurezza, tanto meno la pace. Da decenni, a ogni proposta palestinese, a ogni concessione palestinese, a ogni mano tesa dai vari gruppi di resistenza palestinese, l’occupante ha risposto con violenza e repressione.
Anche prima della proclamazione dello Stato di Israele, le milizie sioniste conoscevano un solo modo di esprimersi: sanguinosi attentati nei mercati e negli alberghi. Nel 1948, il gruppo terroristico Lehi assassinò il mediatore delle Nazioni Unite Folke Bernadotte.
“Gli israeliani hanno più paura della pace che della guerra, perché la pace significherebbe uguaglianza, fine dell’apartheid e la presa di responsabilità del proprio operato”, riassume l’analista palestinese Mohammed Shehada.
L’oppressore ha sempre torto. E continua impunemente a cancellare un popolo. Prendere il “controllo” di Gaza City, per l’occupante, non significa istituire un check point agli ingressi della città, non significa pattugliare di tanto in tanto con una jeep per dimostrare la propria autorità, non significa arrestare uno o due leader e processarli. No, significa bombardare ogni casa rimasta, bruciare ogni tenda, radere al suolo con i bulldozer ogni reparto ospedaliero ancora in piedi, radere al suolo una città di un milione di abitanti e cancellare millenni di storia.
Da quasi due anni, la distruzione sistematica e incessante di antiche moschee e chiese, biblioteche, cimiteri millenari e musei da parte dell’occupante dimostra la sua volontà di annientare il patrimonio culturale collettivo palestinese.
Quando gli archivi di Gaza City furono bombardati nel novembre 2023, andarono distrutti 150 anni di documentazione.
Già nel 1982, a Beirut, le forze di occupazione avevano rubato gli archivi dell’OLP e già nel 1948 le truppe di occupazione avevano rubato dalle case palestinesi tra i 60.000 e i 70.000 volumi di libri, manoscritti e giornali, nella intenzione dichiarata di sradicare la storia e la memoria condivisa.
Secondo Nimer Sultany , “Stiamo assistendo alla distruzione deliberata di Gaza come gruppo sociale, con la distruzione sistematica di case e infrastrutture, attraverso bombardamenti, esplosivi terrestri e bulldozer. Questo è ciò che differenzia le uccisioni di massa dal genocidio. Il genocidio è il crimine che mira alla distruzione di una società come collettività”.
Se ogni giorno assistessimo alla sepoltura di un bambino assassinato a Gaza, andremmo al cimitero ogni giorno per più di 53 anni. Dalla sua barella, Zohir saluta Awad e Aboud, i suoi figli uccisi da un missile. Aveva atteso 10 anni per la loro nascita. Raed bacia i piedini di Jamal. Jamal era colui che lo teneva ancora in contatto con la vita. La cosa più preziosa al mondo. Manal e Brahim vedono la loro figlia Ibtissam scivolare verso la morte giorno dopo giorno. Come migliaia di genitori, sono condannati dall’occupante a vedere la loro bambina indebolirsi, i suoi occhi spalancarsi, le sue guance scavarsi, tutto il suo corpo svuotarsi, il suo sorriso svanire.
Gli organi vitali del bambino stanno cedendo uno dopo l’altro, i genitori lo sanno, il bambino lo sa e tutti sanno cosa succederà.
Il Dott. Tareq Loubani dell’ospedale al-Aqsa di Deir el Balah spiega : “Con le migliori cure al mondo, alcuni bambini malnutriti di Gaza potrebbero sopravvivere. Ma la realtà è che qualsiasi bambino oggi malnutrito di Gaza, morirà. Nel migliore dei casi, avrà conseguenze irreversibili e non sarà in grado di sviluppare appieno il suo potenziale in termini di cognizione e crescita”.
Dietro ogni statistica c’è un bambino e un conto alla rovescia. Per un bambino che soffre di malnutrizione, ustioni infette o una ferita profonda, il tempo si misura in minuti.
Malek osserva : “Invidio coloro che hanno avuto la fortuna di morire all’inizio del genocidio. Invidio coloro che sono morti prima della carestia. Invidio coloro il cui padre anziano è morto prima della carenza di zucchero e coloro il cui bambino è morto prima della carenza di latte”.
Vorrei concludere con un pensiero per Omar, che accarezza ripetutamente il viso della nipotina di due anni Siham, assassinata dall’occupante mentre giocava davanti a casa sua. Omar aveva accolto Siham, l’unica sopravvissuta della sua famiglia. Un pensiero per il giovane Samir, che si muove con le stampelle, con una gamba inerte, e porta una tanica d’acqua ai suoi vicini di tenda.
*L’articolo è stato pubblicato il 2 settembre 2025 su The Palestine Chronicle, che ringraziamo
