L’ego della Lega

Intervista a Paolo Barcella

di Redazione
illustrazione di Doriano Solinas

 

Il nostro corrispondente preferito dalle terre leghiste, Paolo Barcella, docente di Storia contemporanea all’Università di Bergamo e autore di La Lega. Una storia (Carocci, 2022) risponde a qualche sintetica domanda, citando numeri di voti in salita e discesa, e una ricca aneddotica.

Quali sono i rapporti tra Salvini e la Lega dopo le elezioni in Sardegna e Abruzzo?

La stabilità della segreteria leghista non dipende dai risultati elettorali e dalle oscillazioni del consenso. Se così fosse, la stagione salviniana si sarebbe chiusa con le elezioni politiche del 2022 quando, rispetto alle politiche precedenti, i voti erano scesi dal 17,35% all’8,79% tenendo conto delle percentuali della Camera dei Deputati. Un esito che appariva ancora più catastrofico se paragonato al 34,26% ottenuto alle elezioni europee del 2019. Eppure, cosa è accaduto di rilevante dal punto di vista della segreteria a fronte di quel crollo e a quella inequivocabile sconfitta? Si è molto discusso di come la militanza leghista “storica” potesse continuare sostenere una linea politica nazionalista invece che nordista. Si è discusso per qualche tempo, dopodiché le discussioni di sono chiuse e nulla s’è mosso. A questo punto, registriamo un’ulteriore contrazione della Lega in Sardegna dove è scesa dall’11,4% al 3,7% e in Abruzzo dal 27,53% al 7,5%.

Cosa succederà ora?

Sicuramente si discuterà, come un anno e mezzo fa. La componente nordista può agitarsi e contestare le posizioni del segretario, ma entro limiti molto ristretti, come da sempre accade in questo partito. Chi, con la sua contestazione, passa la misura, subisce invece procedure di allontanamento. Accade dai tempi di Pierangelo Brivio, che nel 1987 venne allontanato in modi decisamente poco urbani, resi possibili dalla dimensione della Lega Lombarda che, a quel tempo, era una formazione assai ruspante. Brivio raccontò sul Corriere della sera del 27 giugno 1987: “alla riunione del consiglio federale mi sono visto davanti personaggi nuovi, che mi hanno intimato di sedermi per essere interrogato, perché ero accusato di non aver collaborato in campagna elettorale. Toni come questi sono inaccettabili: ho cercato di andarmene, ma sono stato affrontato dal Bossi che mi ha sferrato tre potenti ganci alla mascella. Intanto alle spalle un altro consigliere mi teneva, perché non reagissi”. Pochi giorni fa, l’europarlamentare Gianantonio Da Re è stato espulso, con modalità assolutamente più urbane e statutarie, dal direttivo veneto della Lega Salvini Premier dopo avere alzato i toni, insultato Salvini e rivendicato un ritorno al “leghismo delle origini”. Se altri vorranno oltrepassare il segno, l’esito seguirà lo stesso schema.
Peraltro, quando si tocca la questione della segreteria Salvini, si dimentica spesso che pure Bossi subì, nei suoi quasi trent’anni di segreteria, forti oscillazioni di consenso. Nel 2001 il suo partito perse 7 punti su base nazionale rispetto al 1996 e non riuscì a superare la soglia di sbarramento.

A parte le consuete indiscutibili discussioni, cosa accadde allora?

Nulla. E ogniqualvolta lo ritenne necessario, Bossi cambiò posizione e linea politica, per mantenere il controllo sul partito e per rimanere al comando. Vedremo cosa saprà, vorrà e potrà fare Salvini in questo senso, posto che, se non esiste un problema decisivo nel rapporto tra Salvini e la base militante, esiste un problema nel rapporto tra Lega Salvini Premier e Fratelli d’Italia: allo stato attuale, le due forze sono altamente concorrenziali dal punto di vista elettorale. Anche nelle province settentrionali storicamente meno sensibili al voto missino, il partito di Giorgia Meloni ha iniziato ad avere notevole capacità di penetrazione, diventando forza di riferimento per crescenti strati di un elettorato conservatore non militante che, negli anni in cui Bossi seppe consolidare una subcultura verde, votava massicciamente Lega Nord. Se e quando lo riterrà opportuno, Matteo Salvini potrà provare a cambiare linea e profilo a un partito già abituato a rotazioni e rovesciamenti.

La posizione di Giorgetti non ci è chiara…

Giancarlo Giorgetti è stato da sempre considerato il leghista in ottimi rapporti con le gerarchie di Forza Italia, candidabile per una stagione leghista “educata”, post-bossiana, che superasse gli eccessi e gli slogan della fase “eroica” degli anni Ottanta e di quella secessionista della seconda metà degli anni Novanta. Tecnicamente ricopre oggi la posizione che nei suoi ambienti è sempre stata considerata quella più idonea al suo profilo e alle sue competenze, ovvero il Ministro dell’Economia. In aggiunta Giorgetti non è portatore di alcun tipo di idiosincrasia nei confronti di Fratelli d’Italia e del suo conservatorismo nazionalista, dal momento che iniziò la propria carriera politica nelle giovanili del Movimento Sociale Italiano, prima di entrare nella Lega, quando questa stava andando al consolidamento della propria subcultura verde e conservatrice. Tenendo conto di tutti questi aspetti, non pare possibile che Giorgetti si muova senza porsi come primario obiettivo la stabilità del governo e di conseguenza della Lega, fino a quando sarà necessario.

Chi sono le nuove leve del partito, le nuove generazioni e le donne?

Tra le figure meno in vista, ma più attive e rilevanti nella vita parlamentare del partito, troviamo Nicola Molteni, classe 1976, già componente di diversi organi parlamentari e sottosegretario agli Interni nel governo Conte I e nel governo Draghi. Luca Toccalini, classe 1990, oltre che membro di commissioni parlamentari, è molto attivo in quel che resta delle iniziative di militanza giovanile. Tra le donne si possono indicare Silvana Comaroli, componente della Commissione bilancio, e Laura Cavandoli, presente in Commissione finanze. Detto questo, la Lega Salvini Premier, negli anni compresi tra il 2013 e il 2019, è divenuta una formazione a immagine del suo segretario. Ha ridotto i risicati spazi di dibattito e differenziazione interna, un tempo concessi dalle dinamiche regionali. Ha sostituito la comunicazione politica online ai tradizionali metodi di comunicazione e militanza territoriale che permettevano la maturazione di figure di un qualche peso politico nelle diverse realtà locali. Al di fuori dei presidenti di regione del Nord Est e di pochissime altre personalità, tra cui Calderoli e Giorgetti, è difficile trovare oggi elementi capaci, in caso di necessità, di azione politica autonoma.

 

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