Le sofistiche | Atarassia

di Francesca Maffioli e Laura Marzi
Illustrazione di Isia Osuchowska

 

Diletta Gorgia,

eccomi al tuo cospetto ora che la stagione estiva è ormai volta al termine e Apollo si accinge a trasportare il carro del Sole per meno tempo e con meno foga. Arrivano i giorni della raccolta, del raccoglimento e io sento la necessità di interrogarti su un dilemma che da lustri mi interpella. Un filosofo che ci succederà di poco, per cui nutro sconfinata stima, Epicuro, nei suoi insegnamenti insisterà sulla necessità di aspirare per il proprio bene all’atarassia, all’assenza di turbamento, al vuoto di passioni. Orbene, faticherai a credermi, lo so, ma proprio nelle ultime lune, quando di solito l’animo umano si altera e spumeggia come l’acqua del mare e i prosecchi al bar sulla spiaggia, per la prima volta ho fatto esperienza di una condizione prossima all’atarassia. Mentre intorno si agitava lo scompiglio della villeggiatura, le mie emozioni erano assenti come le onde in un lago di montagna.
Via la paura del futuro e con essa l’ambizione, il pensiero assillante di esistere solo per raggiungere un obbiettivo, al bando l’odio contro me stessa e via libera a un’accondiscendenza di vizi e balocchi, ciao ciao rabbia istintiva e intestinale contro gli uomini e in particolare il maschio beneamato: al suo posto un’inaspettata placida accettazione dei difetti altrui, dei propri, tanto affetto e nessun desiderio dell’amplesso.
Ora Gorgia cara, so che mi sto dilungando, indi per cui non indugio oltre e procedo a interrogarti: atarassia è assenza di turbamento, sì, e ti garantisco che anche solo queste poche briciole che ne sto assaporando sono dolci e nutrienti come nettare degli dei, ma senza sturbo, senza il turbo, libera dallo sturm und drang, io chi sono? E soprattutto: indipendente dalle passioni, dallo scompiglio, dall’incessante contraddizione tra il desiderio e la realtà dei fatti, senza lo sbando insomma, come si cerca la retta via?

Protagora cara,

Anche io ti scrivo dalle Gallie già quasi uggiose e il piacere di sentirti mi è squisito. Leggendo tosto il tuo domandare, immaginando la tua favella di miele, ho pensato a possibilità tantissime: che la mia Protagora sia stata ahimè divorata dal malevolo turbamento e che ordunque non lo percepisca più fuori da lei? Che il suddetto male l’abbia resa stanca anche di stancarsi?
Forse la mancanza di passioni è una mancanza di tutto e quindi facendo tutto il giro si ritorna al principio: cioè al desiderio del turbamento che le passioni provocano.
Per provare a dar lumi al mio pensare farò un vile scalo nei tempi futuri, presso filosofi lontani – allievi del grande Confucio. Per Zheng Yi la risposta al nostro cercare sta nella quiete della condizione mentale – dove si avverte l’assenza di pensiero e della volontà. Lì risiede la nostra greca atarassia, anche per i cinesi; ed è lì che si dondolano coloro che hanno raggiunto lo zhong, l’assoluto equilibrio.
Ma accidenti a me: tutto questo equilibrio mi spaventa, magnissimamente. Per Zeus, evviva lo Sturm und Drang!
Hai ragione: l’autunno, stagione mediana, predispone al raccoglimento e al letargo – anche dalle passioni. Proprio in ciò nasce la breccia che rivela: nella stanchezza dei nostri anni che pur sembrano floridi ancora e nel risultato dell’usura che le passioni hanno avuto sui nostri corpi e le nostre menti.
Al tuo domandare rispondo invero che la retta via, tanto vagheggiata, è troppo accidentata… di perfezione. Quella dannata! E che la vita nostra invece è fatta di approssimazioni, ed è a quelle che dobbiamo corrispondere. Non (solo) all’accondiscendenza dei vizi, anzi forse un po’ sì, i piaceri quelli di sicuro, ma soprattutto all’abbraccio comprensivo nei confronti del nostro sé – con tutte le sue erranze, i suoi ammacchi e le storture colorate.

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