La biodiversità dei segni nel fumetto

di Pat Carra

Come esiste la biodiversità dei semi, così esiste quella dei segni.
Nel mondo dei fumetti la spinta all’omologazione dello stile, del tratto, dei contenuti ha un responsabile eccellente: Disney, o meglio la Disney, la holding di zio Paperone.
Eppure, nel nostro paese il rischio non è percepito, forse per la fascinazione e sudditanza nei confronti dei prodotti americani, soprattutto cinematografici. La coscienza del danno sembra non sfiorare il mondo degli autori, che ne subiscono la schiacciante concorrenza, e dei numerosi adulti che scelgono per i più piccoli principalmente quei prodotti su carta e web, al cinema e nel merchandising.
In questo silenzio che non ha avuto eguali in altri paesi europei, suona chiara e forte una voce contro corrente, quella di Grazia Nidasio, illustratrice, sceneggiatrice, fumettista e tra i fondatori dell’Associazione Illustratori, prima forma sindacale per tutelare gli autori di immagini. Nidasio è stata una redattrice e firma storica del Corriere dei piccoli, nato nel 1908 da un’idea di Paola Lombroso e giunto a tirature di 500mila copie. Il Corrierino era per lei una scuola di biodiversità dei segni, sia per chi disegnava che per il pubblico di bambine e bambini che si affacciavano al mondo dei fumetti imparando a leggerli e quindi a disegnarli. “Si impara a disegnare fumetti solo leggendoli nell’infanzia”, diceva. Era contraria all’esercizio di ricopiatura e imitazione dei personaggi, incoraggiato invece nelle pubblicazioni disneyane, che dedicano pagine ai vari Topolino e Paperino ridisegnati o ricalcati dai lettori, esercizio che, lei temeva, avrebbe impoverito la fantasia, la mano e la soggettività creativa infantile.
Un momento topico della sua battaglia contro l’estinzione dei diversi segni nel fumetto risale al 1995, quando Disney sbarca in Europa con l’imponenza del parco divertimenti di Parigi, l’invadenza accattivante dei suoi personaggi, la potenza dei suoi dollari.
La memoria delle conversazioni accalorate con Grazia, che ritornava spesso su questo argomento, si è rinnovata grazie alla lettura del libro di Giada Sponza Disney Paris. Un caso di globalizzazione dei consumi e omologazione culturale?.
«Con l’apertura di Disneyland Paris, nel 1995, – scrive Sponza – i fumettisti francesi si sentirono minacciati dall’americanizzazione e dalla disneyficazione. In Italia non fu così sentito il pericolo, fatta eccezione per la grande fumettista Grazia Nidasio che scrisse sul Corriere della sera (29 settembre 1995) nell’articolo “Topolino, una multinazionale apparentemente americana”:

La disneyzzazione mondiale è già in atto (…) Un’immensa omologazione dell’immaginario giovanile (…) destinata a spazzare via ogni visione originale, ogni espressione di cultura locale, peculiare europea. L’egemonia del sistema, per conservare se stessa, deve poi neutralizzare per forza la concorrenza, magari comprandola solo per farla sparire da mercato (…). Facciamo in modo che il secolo XX, cominciato con la rivoluzione di Picasso, non finisca nella marmellata multicolore e multimediale imposta dalla holding Disney.»

Va sottolineato che l’avvento massiccio di Topolino&C. coincise con la chiusura definitiva del Corriere dei Piccoli il 15 agosto 1995, un’operazione calata dall’alto che vedeva coinvolti grandi interessi editoriali.
Chi, come Grazia Nidasio, aveva a cuore la diversità espressiva e il mondo dell’infanzia dava il giusto allarme. È anche merito suo se la resistenza dei fumetti è viva e prospera come le erbacce selvatiche, diverse nei segni e nei semi.

 

 

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