Isia Osuchowska

di Redazione

 

“Nel 1988, un anno dopo l’uscita di Aspirina, Isia telefonò o forse scrisse alla Libreria delle donne di Milano, editrice della rivista, per proporci i suoi fumetti. In un attimo apparve a casa mia, lavorava nella redazione grafica di Repubblica che era a due passi, mi disse che si era appena trasferita da Roma, si era separata, sua figlia Sara studiava medicina a Varsavia dove viveva con la nonna scienziata… e mi raccontò da allora il suo nomadismo dalla Polonia a mezzo mondo e le sue molte vite, come recita la lapide qui pubblicata, che ha disegnato a titolo di curriculum nel 2015, in occasione di una mostra di Aspirina. Da subito diventò una collaboratrice fissa della rivista su carta e online, fino a quando nel 2019 prese il nome di  Erbacce. Spediva dall’indirizzo mail Foreverhappiness@… Che siano fumetti o illustrazioni, nelle sue mani ogni argomento, dalla fine del PCI a un caso di stupro, dalle proteste delle femministe polacche al militarismo, riesce a farci ridere”, ricorda Pat.

Nata il 2 settembre 1941 a Cracovia, nella prima infanzia Isia si trasferisce con la famiglia a Varsavia e ventenne  in Italia, dove si sposa e ha una figlia. Vive a Roma, a Milano, nella comunità buddhista di Pomaia, a New York, a Vilnius in Lituania, poi torna a Varsavia. Fa viaggi con lunghi soggiorni in Tibet e Nepal, in Grecia, negli Stati Uniti e a Istanbul. In realtà tutti questi luoghi sono un continuum di andate e ritorni nella sua vita nomade. Muore nel sonno a Varsavia, nella casa che era stata di sua madre, all’alba di venerdì 28 aprile.

“Ha frequentato con me la scuola  di iconografia buddhista tibetana e di tangke a Katmandu dal 1999 al 2004. A Volos in Grecia ha studiato con un maestro per disegnare le icone ortodosse e cristiane. A Istanbul con un maestro sufi ha imparato la calligrafia dei nomi di Allah”, racconta l’amica buddhista Pierdionigia.

“Isia si sposta da una tradizione religiosa all’altra, prima monaca buddhista, poi dagli anni ’90 si avvicina al sufismo e diventa allieva di Gabriele Mandel Khan, maestro sufi in Italia. Amica di tutte le tradizioni religiose, buddhista, cristiana, islamica-sufi, alla fine si sentiva spiritualmente più islamica. La pittura dei 99 nomi di Allah era la sua pratica di meditazione: pittura sacra come veicolo, come ricerca di perfezione e spiritualità. Cercava una trasformazione spirituale non attraverso le dottrine, piuttosto utilizzava elementi meditativi che metteva nella pittura. Su una parete del nostro monastero a Graglia, abbiamo due opere di Isia, una tangka e un quadro con calligrafia che rappresenta la resurrezione di Cristo”, così la descrive Lama Paljin Rinpoce del Centro Tibetano Mandala, di cui Isia era simpatizzante.

Oriente. La IV Conferenza mondiale delle donne buddhiste nei suoi disegni, acquarelli e appunti fu un regalo di Isia, un Quaderno da noi pubblicato come dono alle abbonate 1996 di Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di Milano che già lei arricchiva con i suoi disegni. Oriente resta il prezioso e profondo resoconto artistico di uno storico scambio tra donne che cercano e sperimentano la libertà femminile nel buddhismo”, sono le parole di Clara della Libreria.

“In camera mia ho una tangka dipinta da Isia e una sua icona. Un’altra icona dipinta su una tavola di legno si trova nel corridoio. Isia è presente nella nostra casa e ogni giorno le sue opere ci parlano”, questo è il ricordo dell’amica Claudia.

 

Ricordi di Erbacce

Anna

Isia ci ha mandato un suo lavoro qualche giorno fa da pubblicare: 20 disegni di incroci stradali, piste ciclabili e semafori; da prospettive particolari e con colori vivaci. Ero stupita rispetto alla scelta del soggetto, ma neanche tanto, perché sapevo che per Isia tutto diventava un pretesto per disegnare, poteva trovare interessante anche la segnaletica stradale. Spesso quando sceglieva un soggetto sfornava 10 o 20 disegni sul tema: i nostri ritratti, i tavolini del bar visti dalla sua finestra, i paesaggi a lei cari, le lotte femministe… con i colori accesi delle matite, il segno vivo e quasi sempre accompagnati dalla sua calligrafia inconfondibile.
La sua era proprio fame di disegno, forse si nutriva più di carta e grafite che di acqua e pane.
Quando mi regalò il mio ritratto ero così contenta e le scrissi ringraziandola e lodando la sua vulcanica creatività, mi rispose così: “Per quanto riguarda la creatività ho alcune cose che faccio ogni giorno. Questo diventa ‘tanto’. La mia regola è che devo praticare. Happiness. Funziona”.

Piera

Non è facile per me scegliere quali  tra le  illustrazioni di Isia per Erbacce o Aspirina siano le mie preferite, mi piacciono tutte.  E sono tante.  Non si tirava indietro se c’era l’urgenza di un’illustrazione che mancava ad un racconto, con generosità contribuiva alla nostra impresa. Per me Isia era una donna molto originale e spiritosa, mi piacevano i racconti della sua vita  sempre in movimento che mi faceva Pat, i messaggi che mandava su WhatsApp in un italiano contaminato da altre lingue. Mi piaceva come coltivava e nutriva il suo talento artistico. Accanto alla conoscenza dell’arte legata alle varie filosofie/religioni  spirituali che la spingevano a viaggiare e a vivere in molti paesi c’era un’arte più “profana” che a me piaceva moltissimo. Le illustrazioni per Erbacce sono un segno fortissimo del suo sguardo sulla realtà: il suo segno commentava ironicamente un testo o descriveva la situazione a lei più vicina dal bar sotto casa a Varsavia in lockdown.
Delle calligrafie ho capito che erano  la sua ricerca artistica più raffinata e difficile: un foglio  e un segno, scrittura, disegno, pensiero.

Manu

Giovedì 27 aprile, Pat mi ha portato il mio ritratto fatto da Isia nel 2020, “era rimasto solo il tuo” mi dice. Stupendo, vibrante di colore nella busta in cui è stato spedito insieme ai ritratti delle altre Erbacce. Ho sempre percepito le illustrazioni di Isia come familiari, un tratto originario che in qualche maniera conosco da sempre.
Dopo qualche giorno la telefonata di Pat con la notizia e i racconti di tutte le cose che Isia aveva in progetto di fare, adesso, domani, tra un mese, sei mesi.
Ho chiuso la telefonata e sono andata  a guardare quella busta, il suo nome dal lato del mittente, con la sua inconfondibile grafia.

Laura

Ho conosciuto Isia nel 2015 a una riunione di redazione di Aspirina, ero molto curiosa e grata: era lei che illustrava Le Sofistiche, i dialoghi tra me e Francesca Maffioli.
Ci siamo messe a parlare di sufismo. Era un tema che appassionava parecchio entrambe. Le altre ci prendevano un po’ in giro per l’argomento, ma io continuavo indefessa a farle domande: non mi era mai capitato di condividere questo genere di discorsi nell’ambito del femminismo. E non mi è mai più successo infatti. Senza interrompere il nostro dialogo uscimmo da casa di Livia e ci dirigemmo insieme verso la stazione, solo io e lei. Ho un’immagine di Isia, col sole e Milano Centrale dietro le sue spalle, mentre mi spiega l’evidenza del fatto che se bevi non puoi meditare o pregare e che quindi chi persegue la via del sufismo ragionevolmente deve seguire i pilastri dell’Islam, tra cui quello di astenersi dall’alcol.
Varie volte mi è tornata in mente, nella mia lotta tra il vizietto di bere e il desiderio di essere santa e sana, la sua eccentricità così sapiente.

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