Cronache di una cittadina trapiantata su un selvaggio bricco del cuneese
di Manù

Questa è la storia del cane Leo.
Leo nacque dodici anni fa e venne adottato da un signore che vive in un paese a qualche chilometro da qui e che per una decina d’anni gli fece fare una vita d’appartamento abbastanza decente.
Due anni fa, al suo padrone viene diagnosticata una grave malattia con una breve prospettiva di vita. Con il progredire del male la gestione di Leo diventa un problema e colui che lo adottò – un genio – prova a perderlo nei boschi senza considerare che avendo Leo un microchip verrà ritrovato nel giro di pochi giorni e riconsegnato.
Il tizio vive in un appartamento in affitto al piano terra, con un piccolo spazio esterno chiuso da un cancelletto. Il male progredisce e lui passa sempre più tempo a casa della sua compagna in cui poi si trasferisce definitivamente, lasciando Leo solo, chiuso nel piccolo recinto, esposto alle intemperie, con una cuccia non coibentata. Gli porta da mangiare due volte la settimana e non lo fa mai uscire.
Questa situazione si protrae per un anno.
Tutti i vicini di casa si lamentano. Leo ulula giorno e notte, qualcuno mosso a compassione gli allunga attraverso le sbarre cibo extra non adatto all’alimentazione di un cane contribuendo così al mal funzionamento del suo intestino, la padrona di casa è furiosa perché non percepisce più un affitto ma non può rientrare in possesso dell’immobile per la presenza del cane. Sono tutti scandalizzati, arrabbiati e commossi ma nessuno interviene.
Finché la situazione non arriva alle orecchie di mia cugina, molto attiva nella zona nel risolvere casi di maltrattamento e promuovere adozioni, che chiama i carabinieri, l’ufficio di igiene, i pompieri, la asl canina, il canile municipale. Ma niente da fare, Leo ha un microchip, quindi un proprietario (che a questo punto è in fin di vita), nessuno vuole prendersi la responsabilità di tirarlo fuori di lì, l’unica soluzione è che qualcuno lo adotti facendosi firmare la cessione del cane. “MA CHI SE LO PIGLIA!!!” mi urla mia cugina disperata al telefono.
Io, naturalmente.
Taglia media, pelo arruffato e sporco, denutrito, carico pessimo delle zampe posteriori causato da assenza di deambulazione. Essendo specializzata in casi clinici in avanzato stato di deterioramento psicofisico, Leo mi è sembrato subito perfetto.
Qualcosa non va. Leo non sembra minimamente interessato a relazionarsi con me, vessa il mio cane Bix perché vuole montarlo (Bix è castrato e Leo no) e lui, che di solito è estremamente socievole e paziente con gli altri cani, non lo sopporta e reagisce in modo aggressivo. I gatti, che adorano Bix e guardano i cani che passano di qua con aria carica di pregiudizio ma non hanno paura, sono terrorizzati da Leo, anche se lui non manda nessun segnale negativo. Forse è questo che mi lascia perplessa. L’assenza di segnali. La sera lo porto in casa e Leo finalmente interagisce. Sembra contento, scodinzola e si avvicina a colui che da anni pazientemente condivide e sostiene anche le mie imprese più irrazionali e che ultimamente sta qui con me in pianta stabile. Gli appoggia il muso su una gamba e si corica sui suoi piedi. Poi, a una sua carezza, risponde azzannandogli la mano. Panico, sangue, ferita profonda sul polso, pronto soccorso, antibiotici, una mano che per due settimane sembra un cotechino.
Non sappiamo cosa fare ma ci diciamo che è solo il primo giorno, è traumatizzato, non ci conosce e giustamente non si fida più di nessuno. Lo mettiamo fuori, con una cuccia calda e confortevole, perché di tenere psico in casa non ci fidiamo. E poi fa la pipì in tutti gli angoli.
Non lo toccheremo, gli daremo il tempo di ambientarsi. Lui non ha occhi che per Bix, tenta di seguirlo in casa, e impara ad aprire la porta abbassando la maniglia.
Una mattina presto entra, creando un gran scompiglio. Bix é furioso, ringhia e tenta di morderlo, i gatti sono terrorizzati, io cerco di convincerlo a uscire senza toccarlo ma Leo non ne vuole sapere, alza la gamba e piscia ovunque. Quando finalmente torna verso la porta aperta, lo spingo col piede per indurlo a uscire e lui si gira e mi attacca puntando alla gola. Ho la prontezza di riflessi di mettere tra me e lui una sedia, di cui dilania il cuscino.
Ci chiudiamo a chiave in casa, Bix manifesta sintomi di depressione, i gatti si rifiutano di uscire, le galline restano chiuse nel pollaio per giorni, e quando incontriamo Leo fuori siamo un tantino prevenuti. È evidente che non possiamo tenerlo.
Sono distrutta.
Una parte di me si sente profondamente in colpa per tutto. La mano-cotechino che non guarisce, gatti e galline blindati, Bix esaurito. Un’altra parte non riesce ad accettare che Leo sia di nuovo chiuso in gabbia e forse ci passi il resto dei suoi giorni, mi sento inadeguata e stupida e sono furiosa con il suo padrone e tutti quelli che sono stati a guardare per un anno senza fare niente, facendone pagare le conseguenze a lui, l’unico che non ha colpa. Ma non vedo alternative. Mia cugina riesce a trovargli un posto in un rifugio fidato e viene a portarlo via.
Leo è al rifugio da un po’. Dopo aver seminato il panico e azzannato un braccio e una gamba a un educatore, ha iniziato un lento processo di riabilitazione. I volontari si occupano di lui, lo portano fuori tantissimo e quando ha smesso di essere aggressivo è stato messo in un box dove ha la possibilità di uscire in un recinto e socializzare con gli altri cani.
Non è più solo, mangia tutti i giorni, è in compagnia ed è trattato bene.
Io, per non cadere nella tentazione di portarmelo a casa, non vado a trovarlo.
Bix mi ha fatto capire che non vuole un altro cane tra i piedi. Ha una certa età e ne ha viste tante anche lui, non posso fargli questo, adesso che dopo 3 ANNI inizia a essere sereno.
Vorrei poter considerare quello che ha vissuto Leo una situazione eccezionale.
Invece no. Ordinaria follia.
