Cronache di una cittadina trapiantata su un selvaggio bricco del cuneese
di Manù

Il nativo è per lo più credente.
Le native sono molto devote, praticano con fervore e costanza, senza mai perdersi una messa, un rosario, un funerale.
Che tra l’altro sono tra le poche occasioni mondane offerte dall’ambiente.
I nativi sono in linea di massima credenti perché non hanno il coraggio di non esserlo.
Salvo eccezioni.
Nelle piccole borgate circostanti vi sono svariate testimonianze di fede del passato.
Principalmente tra la fine del 1700 e l’inizio dell’ 1800, ma anche in seguito, pittori itineranti si sono dilettati ad affrescare piloni votivi, cappelle e facciate delle “ meire” (meira: termine piemontese che indica un’abitazione rurale/ stalla/ fienile, di solito in bassa montagna). Alcuni di questi artisti sono anche abbastanza conosciuti, ma se posso permettermi, quando guardo le loro opere mi viene sempre in mente che avrebbero fatto bene a dedicarsi ad altro.

Ancora oggi i nativi usano mettere fiori, spesso di plastica, sui piloni votivi dove talvolta espongono anche l’elenco e le foto dei defunti che abitavano nelle borgate adiacenti.
Nei cortili o nelle nicchie delle case delle suddette borgate fanno capolino Madonne, santi, Cristi in croce e angeli.
Tra esse c’è una nicchia dove sono presenti: una pianta, un qualche santo che non so chi sia (Giuseppe?) con un bambinello decapitato in braccio, un angioletto con sciarpa e berretto, una Madonna e per finire lo scheletro di quella che probabilmente fu una faina.
La mia preferita, in assoluto..

