di Chandra Candiani
Fumetto di Safaa Odah

C’è un ponte tra Gaza e Milano, tra una fumettista che vive in una tenda a Gaza nel campo profughi di Al-Mawasi e una fumettista nata a Parma che vive a Milano, ma solo apparentemente, perché in realtà vive nei suoi fumetti, anzi è un fumetto. Già da questo si può capire che incontro straordinario possa essere, a metà ponte, tra le nuvole che contengono poche parole e grandissimo bene. Ed è pure un incontro che si è reso transitabile a tante altre persone, tra cui io, è un ponte generoso.
Per me è stato stupefacente trovarmi a guardare e a leggere il libro di fumetti di Safaa, intessuto non solo di poesia ma anche di religiosità. Uso questa parola per non confonderla con ‘religione’ troppo univoca e convenzionale, ma nemmeno con la vaghezza, pure un po’ antipatica, della parola ‘spiritualità’. I fumetti di Safaa Odah legano, legano sofferenza con sofferenza, persone con animali, donne con bambini e con se stesse, terra con cielo, razzi con aquiloni, vita con morte, compassione con cruda realtà di fatti atroci. Non esprimono mai odio, ma profondo dolore sì. Denunciano ogni abissale ferita, ogni atrocità inferta, senza mai un’accusa ma mettendo tutto allo scoperto. Sarà chi legge a sentire, proprio a sentire nel corpo, nel cuore, quanto male può ancora essere compiuto nel mondo, sul pianeta Terra, nel silenzio, nell’approvazione, nella menzogna di grandi quantità di cosiddetti esseri umani. Non tutti, per fortuna.
In una pagina, c’è un piccolo essere umano di spalle seduto su una collinetta che guarda i fumi di un disastro poco lontano salire dalle macerie, è pensoso, sulla sua schiena si vede un cuore rosso spezzato a metà. Un cuore rotto. Nella vignetta seguente c’è un altro essere umano altrettanto piccolo e spettinato che gli siede accanto, guarda nella stessa direzione e con la mano copre il suo cuore rotto. Ultima vignetta: entrambi seduti a fissare il vuoto e il fumo del disastro, il cuore rosso del primo è tornato intero. Questa è la religiosità di Safaa, religione degli affetti, del guardare insieme, dell’amore che ripara, ricuce i pezzi, di una fiducia indomabile, nemmeno la perpetrazione quotidiana di un genocidio può domarla, nemmeno le piogge torrenziali, nemmeno l’odio agito con malvagia precisione. Indomabile.
Una bambina dipinge fiori sopra un razzo stupefatto. Un’altra tira per la mano la morte falciatrice: “Corri, ho fame.” Un Babbo Natale, che porta un regalo convenzionale a una bambina, guarda esterrefatto in su dove lei indica quello di cui ha bisogno: una gamba nuova, la sua è stata tagliata. Ci sono tanti morti, tanti assassinati e ci sono altrettanti angeli che guardano dall’alto, sono sempre loro e seguono chi resta, e ritrovano i perduti e continuano anche da angeli a non essere domabili.
E ci sono le parole di Safaa: tanto è tenero il tratto nei disegni, quanto le parole sono scolpite nella roccia, non una sillaba in più, spoglie, dirette, nude nel denunciare tutto dal di dentro, dal sentire, dal vedere, dall’acuminare i sensi per testimoniare. Parole in presa diretta, indomabili.
Conosco da tanti anni i fumetti di Pat Carra e se dico che lei è un suo fumetto so (ehm credo, o mi sbaglio?) quel che dico. Voglio dire che per lei disegnare è un’identità, un modo di essere, non solo un ingegno e un lavoro.
Pat mi ha insegnato che i fumetti non devono per forza far ridere. Mi ha ricordato Calvino che parlando della leggerezza scrive: “lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea e mette in dubbio l’io e il mondo”. Nei suoi fumetti, Pat è una figura sempre un po’ spaesata e stralunata, forse ha la luna sotto i piedi e non la terra, ha una vista periferica da cui guarda il mondo e, come sempre, dalle periferie si scorgono gli angoli ciechi, le crudeltà scontate, le presunzioni e le prepotenze di chi si pensa al centro del mondo. La protagonista dei suoi disegni dice cose selvatiche che risuonano feroci per chi ha un io di asfalto, ma sono uno sguardo altro su un mondo che si dà per unico e per scontato. C’è Nostradama, profeta-astrologa che parla con animali e fiori e li avverte in anticipo di future terribili catastrofi. “Devi cercarti un nido.” suggerisce a un merlo che immediatamente trova alloggio sul cappello di Nostradama. Sente rumore di bombe e un fiore le confessa che sono i battiti del suo cuore. Una gatta nera le sta appallottolata accanto mentre profetizza tutto, tutto nero. E la gatta le fa eco:”I baffi sono bianchi.” E Nostradama la guarda allibita, forse anche un po’ consolata.
È un mondo solitario quello in cui vive il fumetto-Pat ma in costante dialogo con qualcuno, non solo umano, e dentro una distanza mite che è quella che permette l’umorismo: la sospensione del senso comune, l’insostanzialità delle opinioni scontate di chi non corre rischi.
In quasi tutti i suoi fumetti, sia il disegno che il testo operano una sottrazione di peso. E un alleggerimento di senso che sospende il tragico del mondo rendendolo ancora più evidente.
E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando.
Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme.
Safaa fuori dalla sua tenda ha lo sguardo desolato, Pat le siede accanto, le bombe che cadono sembrano trasformarsi nei cuori rossi che il tocco tra di loro fa spuntare nello stesso cielo. I topi passano di notte sul corpo insonne di Safaa ma la gatta di Pat è tra le sue braccia e i topi sembrano schizzare via veloci, mentre Safaa li conta come le pecore per l’insonnia. Safaa appoggiata a un muro si chiede “Quando? Quando? Quando?” E da un cielo lontano Pat spedisce fiori, tanti quanti le interrogazioni, che sembrano dire poeticamente: “Presto, presto, presto.”
A me piace inventare etimologie sbilenche e senza fonti accertate, e con questi fumetti mi viene da pensare che a-more sia un’alfa privativo davanti alla parola morte.
*Il testo di Chandra Candiani è stato scritto per la mostra Al di là del mare. Palestina Italia di Safaa Odah e Pat Carra (qui)
