Il riso della Medusa

Intervista a Francesca Maffioli

di Laura Marzi
Illustrazione di Piera Bosotti

Su Erbacce Laura Marzi e Francesca Maffioli sono Le sofistiche, rubrica di dialoghi ironici e filosofici tra la Protagora e la Gorgia. Qui appaiono in altra veste. La bella intervista di Laura a Francesca non “fa ridere”, ma fa del “ridere” l’oggetto del discorso. E in particolare, riflette su pratiche a noi care: il riso, il piacere e la scrittura delle donne. (NdR)

A partire dalla tua frequentazione assidua con Le rire de la Méduse di Hélène Cixous, di questo testo che hai tradotto e di cui hai curato la pubblicazione in italiano, che idea ti sei fatta sulle ragioni per cui è approdato in Italia solo dopo cinquant’anni dalla sua uscita in Francia?

È vero che questa edizione per Feltrinelli, Il riso della Medusa. Manifesto femminista, è la prima traduzione italiana che esce in volume proprio. Tuttavia è giusto ricordare che nel 1997 Catia Rizzati l’aveva tradotto per il volume collettaneo Critiche femministe e teorie letterarie (Clueb), a cura di Raffaella Baccolini, M. Giulia Fabi, Vita Fortunati e Rita Monticelli. In entrambi i casi tuttavia gli anni trascorsi sono molti. La domanda che mi fai non è facile e per provare a risponderti provo a procedere per ipotesi, cercando di tener conto anche della ricezione internazionale del Rire.
Il riso della Medusa uscì nel 1975, come dici, e uscì in una rivista, “L’Arc”, che dedicava quel numero a Simone de Beauvoir. Il numero, intitolato “Simone De Beauvoir et la lutte des femmes” conteneva anche, tra gli altri, un testo di Christine Delphy, uno di Andrée Michel, uno di Evelyn Reed ed altri ancora. Non è solo in italiano però che il Riso ha tardato ad essere tradotto: in tedesco nel 2013, in rumeno nel 2021, in portoghese brasiliano nel 2022, in danese a giugno di quest’anno e in catalano la traduzione è uscita proprio in questi giorni. Quasi immediatamente invece, nel 1976, il testo di Cixous venne tradotto in inglese e ciò contribuì non poco a far scoprire il pensiero di Hélène Cixous nel mondo accademico, e non solo quello anglofono. Questo anche per dire che a fronte di traduzioni tardive quella inglese ha costituito un’eccezione. La sua rapida circolazione nell’accademia ha ridotto la pressione per traduzioni dirette in altre lingue e ha assunto il ruolo di “canalizzare” la fonte, rallentando la necessità di traduzioni nazionali.
Potrei azzardare parlando anche una certa resistenza, nel dibattito femminista, in ragione del predominare nei diversi paesi di cornici teoriche ostili. Anche se poi ci sono puntualmente le eccezioni che smentiscono la mia speculazione…
Il riso della Medusa è un testo indocile, questo è indubbio. Intreccia registri poetici, riflessioni filosofiche e suggestioni psicoanalitiche, fondendo generi e linguaggi in una scrittura ibrida e debordante. Da un punto di vista traduttologico è un faccia a faccia con le problematicità dei suoi intraducibili. Essi fanno parte integrante del progetto politico ed estetico del testo, di cui anche chi legge fa parte, quello cioè di aprirsi ad una scrittura che non si lascia normalizzare. Che non vuole essere addomesticata.

Il titolo Il riso della Medusa rimanda a una pratica degli studi femministi, quella di rileggere, reinterpretare, sovvertire talvolta i miti per come ci sono stati tramandati dal sistema fallogocentrico. Perché, secondo Cixous, la Gorgone ride?

Hélène Cixous si riappropria della figura mitologica della Medusa, che è stata letta nei secoli come incarnazione del mostruoso femminile. Nel sistema fallogocentrico Medusa è la creatura che pietrifica con lo sguardo. Per Cixous, tuttavia, questa immagine non è che il riflesso di una costruzione patriarcale, la proiezione della paura maschile nei confronti del corpo e della parola delle donne. Capovolgendone i connotati Cixous ne ribalta le fondamenta: la Gorgone non è affatto mortifera, ma al contrario “è bella, e ride”. Il riso diventa così il segno della smascherata illusione maschile. La Medusa ride, se la ride, perché il fantasma del femminile mostruoso si dissolve nel gesto stesso del riso. Il suo riso è anche affermazione della jouissance, è corpo che irrompe, del piacere, è energia psichica che eccede le categorie. Si tratta di una jouissance anche immaginativa: è come un flusso che nell’attraversamento del corpo trova modo di s’éclater.
Il riso della Medusa è un atto di sovversione, perché destabilizza i codici tradizionali del discorso, liberando una parola indisciplinata, esuberante, eccedente. E capace di dire anche l’indicibile. Il suo riso è bello, è la promessa di un linguaggio altro, in cui assumersi come soggetti desideranti. 

Il riso della Medusa è un invito, uno sprone da parte di Cixous alle donne affinché si autorizzino a scrivere. In questo momento in cui finalmente autrici dimenticate vengono ripubblicate e scrittrici contemporanee trovano spazio nei parterre e nei premi, credi che si tratti di un invito ancora valido?

Il riso della Medusa comincia così: “Parlerò della scrittura femminile: di ciò che farà. Bisogna che la donna si scriva: che la donna scriva della donna e che faccia venire le donne alla scrittura, da cui sono state allontanate tanto violentemente quanto sono state allontanate dal loro corpo; per le stesse ragioni, dalla stessa legge e per lo stesso scopo mortale. Bisogna che la donna si metta al testo – come al mondo, e alla storia – di sua iniziativa”. Io credo che questa apertura abbia dello straordinario, ancora oggi. L’ esortazione rivolta alle donne è a scrivere e tale sollecitazione all’attività di scrittura è da leggersi come gesto epistemologico, in cui la scrittura da pratica letteraria diventa spazio di resistenza e di invenzione del sé.
Cixous scriveva ciò cinquant’anni fa. Certo nel contesto francofono spiccavano Duras o Nathalie Sarraute e Yourcenar, eppure lei lo scrisse in risposta ad un mondo editoriale che viveva come zona interdetta. Cixous, che scriveva già ben prima dei trentanni – “ho sempre scritto” ama ripetere – pubblicò solo nel 1967, Le Prénom de Dieu, il suo primo romanzo. Io penso che il suo invito sia ancora valido, perché se è vero che le scrittrici contemporanee trovano spazio nei parterre, nei premi, l’esortazione di Cixous va a quelle non sono ancora venute alla scrittura, o a quelle che ne sono state allontanate. 

In Il riso della Medusa, Cixous scrive della «madre come metafora» e di come sia necessario: «defamiliarizzare. Demater-paternalizziamo» aggiunge. Si tratta di un invito alla rivoluzione, più che alla maternità, non credi?

Cixous scardina le radici di mater e pater. Lo fa accostando le parole, forzandole in direzioni non consuete che in tal modo ci lasciamo in uno stato di straniamento essenziale. Allo stesso tempo queste direzioni inattese invitano a pensare le parole fuori da quella abitudine, che talvolta è anche la norma grammaticale, che può renderle opache. Così (ci) rivela come la lingua stessa inglobi la genealogia patriarcale. “Demater-paternalizzare” equivale dunque a liberare i corpi e i soggetti dalle strutture che li incatenano a quell’origine concepita entro il modello maschile di filiazione, ma anche quello di autorità. Superando la logica della discendenza, defamiliarizzando, apre lo spazio per genealogie nuove, non più catturate dal binomio padre-madre. Ma non è così semplice. Nei passaggi successivi a quello in cui sono contenute le parole che citi Cixous evoca la maternità chiamandola “appassionante epoca del corpo”, di cui se vogliamo, e possiamo, non dobbiamo privarci. Quando scrive della “voglia di viversi dentro, una voglia del ventre, della lingua, del sangue” vuole andare oltre l’idea del soggetto disincarnato e anche la maternità, in tal senso, è essa stessa rivoluzionaria. Nel senso della rivoluzione che (anche) il corpo materno può intraprendere.

In Il riso della Medusa leggiamo: «bisogna, è sufficiente, che alla donna sia dato da un’altra donna il meglio di se stessa perché la donna possa amarsi». L’importanza e la difficoltà della relazione fra donne, cruciale nei testi di quegli anni, ha perso la sua centralità in quelli attuali. Che ne pensi?

 Trovo questo passaggio molto bello. Perché esso dice del riconoscimento di sé, dell’amore di sé, grazie al meglio di sé stessa che l’altra ti dà.  Quello a cui Cixous allude è un dispositivo simbolico, per certi versi ricorda la pratica dell’affidamento, con un sovrappiù – non gerarchico – di amore. In questo amore riposa il vedere l’altra che, sentendosi vista, incomincia a vedersi e in senso più ampio a vedere. Riconoscere l’esistenza e l’autorità simbolica di un’altra donna ci aiuta a sottrarci a quella logica che assegna autorità solo ai soggetti dominanti. Mettersi in relazione con l’altra, ascoltarla, consente di riconoscerla come esperienza che produce sapere.
Ascoltare e dare valore alla relazione tra donne è più di un atteggiamento etico, è un atto politico, che dovrebbe tenere in considerazione anche le dinamiche di potere e conflitto. Io credo che solo laddove non si neghi la materialità dei rapporti sociali tali relazioni possano produrre nuove forme di liberazione.

Nella tua postfazione al testo, scrivi di un concetto potente e desueto: «la disappartenenza». Ce ne parli?

La disappartenenza a cui mi riferisco è quella che riguarda la questione identitaria, che si traduce anche in una pratica linguistica. Provo a spiegarmi meglio. “Lei, l’arrivante di sempre, non resta, va dovunque, scambia, è il desiderio-che-dona”, scrive Cixous e io penso che in queste sue parole non dobbiamo farci esitare a leggervi una scelta intenzionale di disappartenenza, che può essere traslato anche al disappartenere ad un luogo (quello d’origine), per cui le nozioni di arrivo e di ritorno perdono assolutamente significato. La disappartenenza di Cixous è certamente linguistica, ancora una volta, perché nella sua poetica il significante non bisogna dimenticarlo mai, davvero mai. La disappartenenza apre la sua lingua alla possibilità di scrivere l’eccesso, il rimasuglio, lo scarto, l’irruzione nel linguaggio da parte del corpo, dell’alterità, del desiderio e della jouissance. Essa le consente e ci consente di abitare la cifra dell’eccedenza che smargina, quel débordament che sfugge dalle labbra, dal riso.

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