Il morbo conteso

di bulander
Illustrazione di Ilaria Grimaldi

Il suo nome, Imrz Pfretzschner, per un italiano era un po’ difficile da pronunciare.
Tito Caravadossini, Presidente della Fiera di Sant’Euclide al Monte Santo, scelto come moderatore dalla locale Camera di Commercio, si stava esercitando in albergo. Im…Im..Imr…Imrz era fattibile ma Pfretzschner (tre consonanti – una vocale – sei consonanti – una vocale – una consonante) sembrava al di là delle sue possibilità.
“Capisci”, continuava a gridare nel cellulare a sua moglie, “sei consonanti di fila! È pazzesco, non ce la farò mai!”.
Meglio scendere a prendere un calmante in farmacia.
Nella hall viene bloccato dai giornalisti.
“Volevamo notizie sul crack del Banco di Sant’Euclide, è davvero così grave la situazione?”. L’affluenza al convegno aveva superato le più rosee previsioni. Saranno state trecento persone, sembrava impossibile per un tema così… come possiamo dire… generalista: La sostituzione della valvola mitralica nei pazienti affetti da morbo di Lorenzini.
Questo Lorenzini, primario all’Ospedale di Santa Eufemia nel Molise più profondo, era originario di Sant’Euclide al Monte Santo. Non sembrava vero ai santeuclidini di avere un cittadino diventato così famoso.
Senonchè sulle riviste scientifiche, che nessuno in paese leggeva essendo i suoi abitanti persone normali, erano apparsi diversi articoli di un certo professor Pfretzschner del Center for unexpected diseases nello Yorkshire, che affermava di essere lui lo scopritore del morbo e si diceva disposto a dimostrarlo in una singolar tenzone sul terreno stesso dell’avversario. Pfretzschner era un poliglotta, parlava l’italiano correntemente con leggero accento torinese mentre Lorenzini leggeva a malapena l’inglese.
Nei giorni precedenti il convegno, Lorenzini era diventato irreperibile, malgrado i giornalisti gli dessero la caccia. Circolavano le congetture più strane sul suo conto, che stava preparandosi alla disputa leggendo articoli e saggi in varie lingue, che stava rintanato sotto il letto terrorizzato all’idea di fare una figura meschina, che aveva cercato tramite avvocato una transazione con Pfretzschner, che era filato in Puglia a chiedere assistenza a Padre Pio, che aveva pagato un detective per scoprire cose compromettenti su Pfretzschner, tipo molestie su colleghe, frequentazione di siti pedofili, e che ormai l’aveva in pugno… insomma tutto e il contrario tutto. La verità era che se la faceva sotto all’idea di doversi battere con un avversario così agguerrito e di fare una figura miserevole davanti ai suoi concittadini. Era barricato in casa col telefono spento.

Ma gli imbroglioni e i ciarlatani, e Lorenzini senza dubbio poteva rientrare in questa tipologia umana, sono sempre fortunati. Nel suo caso la fortuna era di ordine matrimoniale. Sophia Prostakakis, sua moglie, era figlia di un armatore greco proprietario di un paio di petroliere da 100mila tonnellate. Un fulmine di furbizia e di presenza di spirito. Come ci fosse riuscita resta un mistero, sta di fatto che in un paese della Carnia aveva scovato un tizio, un programmatore di siti web, la cui start up era fallita lasciandolo pieno di debiti e d’ingiunzioni.
“Le aggiusto io tutto quanto, signor Cavalis. Ma lei mi deve fare un favore.”
“Mi dica signora, quello che vuole…” A Cavalis non sembrava vero…
“A Sant’Euclide al Monte Santo, dove abito, ci sarà un convegno di medici venuti da tutto il mondo. Semplice, lei deve presentarsi e dichiarare di essere stato colpito da un certo morbo detto “di Lorenzini”, mio marito – si ricordi Lorenzini – e di essere guarito seguendo i suoi consigli.”
“Suo marito? Ma io non lo conosco.”
“Non fa niente, non si preoccupi, l’importante è che lei si ricordi questo nome: Lorenzini.” “Lorenzini, Lorenzini, Lorenzini… va bene signora… Lo… Lo… Lorusso… no… Lorenzini.”
Ore 9,30 inizia il convegno, saluti del sindaco, la parola per primo a Lorenzini che presenta una relazione succinta con pochi dati, povera, diciamo. Tocca a Pfretzschner, presentato da Caravadossini alla bell’e meglio. Due ore di relazione, con slide. “Dove ha preso quel delizioso accento torinese, professore?”, lo vezzeggia il moderatore. “Sono tifoso della Juve”, è la risposta. Tutta la sala ride e prova simpatia per lui. Lorenzini sembra perduto, ma sa di poter ancora giocare la carta dello startupper fallito. Le popolazioni della Carnia però, si sa, non hanno la parlantina sciolta come i toscani, né sono forti di memoria. Il poveretto si confonde, dice di avere un morbo, un morbo di… di… Insomma di essere malato, malato grave, di avere la febbre a 40 con palpitazioni e per cavarsela in qualche modo inizia a piagnucolare: “Sto per morire! Chi di voi mi può salvare?”.
La figlia dell’armatore, in prima fila, si mette le mani nei capelli, Pfretzschner, flemmatico, si avvicina al giovane: “Apra la bocca, faccia ahaahhhhh…”. Poi, con la stessa flemma, tornando al suo posto: “È una tonsillite di Pfretzschner, ne ho individuato il virus un paio d’anni fa, ne ho relazionato sulla Review of unexpected diseases. Venga nella mia clinica giovanotto, le farò un buon prezzo. Intanto che le prendono i dati e le fanno le analisi, io vado a vedermi Juve-Inter a San Siro.”
Con l’anticipo della Prostakakis lo sfortunato startupper si fa il biglietto per lo Yorkshire. Il Center for unexpected diseases, preavvertito, gli ha già preparato la stanza.
“Lei è qui per il morbo di Lorenzini?”, gli chiede l’infermiera.
“No, sono qui per la tonsillite di… di… di…” Troppo difficile quel nome.
“Ah Pfretzschner! Imrz Pfretzschner! Sì, sì, ma per noi è troppo difficile da pronunciare, non è pratico, diciamo Lorenzini così è più facile. Quello sfaticato di Pfretzschner è andato in Italia per un congresso – dice lui – ma noi sappiamo che è andato a vedere una partita di calcio. Si prenderà cura di lei uno dei nostri dottori… di origine italiana, pensi… i suoi erano della Ca… Ca… Carzia… no, scusi, della…”
“Carnia?”
“Sì, bravo! Come ha fatto a indovinare?”.

 

 

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