Femminismo: come si misura il nostro valore

di Robin Morgan
Illustrazione di Anna Ciammitti
Traduzione di Margherita Giacobino

I diritti delle donne sono diritti umani e i diritti umani sono diritti delle donne, una volta per tutte. (Hillary Rodham Clinton, Conferenza delle Nazioni Unite sulle donne del 1995, Pechino, Cina)

Tutte pensiamo di conoscere i pericoli insiti nel femminismo corporativo, e sappiamo che bisogna fare delle acrobazie per ottenere progressi per alcune donne, ma senza farlo a spese di altre donne o delle nostre anime. Sappiamo che ci sono linee di demarcazione che non possiamo oltrepassare, che non possiamo svenderci al miglior prezzo, nonostante il grido d’appello della conduttrice televisiva Mika Brzezinski “sai quanto vali” e l’esortazione di Sheryl Sandberg a “farsi avanti”. Sappiamo che la leadership comporta responsabilità. E sappiamo di non poter sottovalutare la cinica capacità dei nostri avversarsi di altalenare tra lo schiacciarci e il cooptarci. Il femminismo corporativo non è necessariamente un’onda di marea che solleva tutte le barche, può essere una marea in cui affoghi.

Poi succede qualcosa di difficile da credere, ma dolorosamente vera.
Il testo che segue è tratto da un rapporto nazionale sui diritti umani e la democrazia negli Emirati Arabi Uniti.

 

Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione di sette emirati, con circa 9,8 milioni di abitanti, di cui si stima che solo l’11% siano cittadini, il resto lavoratori importati. Abu Dhabi è la capitale. Il governo degli emirati è dichiaratamente patriarcale e la fedeltà politica è definita dalla lealtà ai capi tribali, ai capi degli emirati e ai capi della federazione.
Tra i problemi significativi in materia di diritti umani vi sono segnalazioni credibili di tortura e arresti arbitrari, leggi che criminalizzano l’attività sessuale consensuale tra adulti dello stesso sesso; leggi che considerano le cittadine delle minori a vita e le sottopongono a tutela maschile. I partiti politici e i sindacati indipendenti sono illegali, così come gli scioperi dei dipendenti del settore pubblico, delle guardie di sicurezza e dei lavoratori migranti.
Diamo un’occhiata alle leggi sulla tutela maschile. Le donne musulmane devono avere il consenso dei loro tutori per sposarsi. Un marito può impedire alla moglie, ai figli minori o alle figlie adulte non sposate di lasciare il Paese. Alle donne musulmane è vietato sposare non musulmani. Un uomo può avere fino a quattro mogli. Un giudice può ritenere che una donna abbia violato i suoi obblighi coniugali se lascia la casa o accetta un lavoro ritenuto al di fuori “della legge, delle consuetudini o della necessità”, e una donna può perdere il diritto al mantenimento economico da parte del maritose si rifiuta di avere rapporti sessuali con lui senza una “scusa legittima”. Per ottenere il divorzio con un accordo economico, una donna deve dimostrare che il marito le ha inflitto danni fisici o morali, l’ha abbandonata per almeno tre mesi o non ha provveduto al mantenimento suo e dei figli. Le denunce di abuso fisico richiedono referti medici e due testimoni uomini. Una donna divorziata può perdere l’affidamento dei figli in favore del padre quando le figlie raggiungono i 13 anni e i figli gli 11 anni. I padri possono chiedere la custodia di un figlio di età inferiore agli 11 anni se ritengono che il bambino sia diventato “troppo rammollito”. (Qui il testo completo Rapporto sugli Emirati Arabi)

Come ha osservato Rothna Begun, ricercatrice senior sui diritti delle donne presso Human Rights Watch: “Gli Emirati Arabi hanno speso molto tempo e denaro per presentarsi come un campione dei diritti e dell’emancipazione delle donne. Ora devono trasformare la retorica in realtà”.
L’elenco di tutte queste pratiche da parte di un Paese potrebbe scoraggiare chiunque. Ma perché stiamo parlando proprio di Abu Dhabi?
Perché per tre giorni in occasione di questo 8 marzo 2023, Giornata internazionale della donna, Abu Dhabi è stata scelta per ospitare quella che è stata spacciata come una conferenza internazionale del movimento globale delle donne. L’evento è stato sponsorizzato da numerose aziende, da Forbes (la rivista economica che ritiene spiritoso definirsi “uno strumento capitalista”) e dal governo degli Emirati, ed è stato ideato dalla conduttrice di MSNBC Mika Brzezinski. Vi hanno partecipato oratori come Mika, Billie Jean King, Olena Zelenska (first lady dell’Ucraina), Hillary Rodham Clinton e Gloria Steinem.

Attenzione, l’evento non è stato pubblicizzato come una conferenza di donne al vertice del mondo degli affari – che costituivano gran parte del pubblico – anche se questo sarebbe stato più onesto. No, è stato venduto come “il più grande raduno globale di donne della storia” e promosso ampiamente come “il vertice delle donne” svoltosi al “crocevia del mondo – Abu Dhabi”.
Lasciamo caritatevolmente perdere il fatto che Abu Dhabi è più che altro un crocevia di ricchezza patriarcale, di corse dei cavalli, di oppressione delle donne, di pena di morte per l’amore omosessuale, di censura della stampa e soffocamento dei diritti umani. Tralasciamo anche il dispiacere che ha accompagnato la nostra incredulità nel vedere (la sessione principale era trasmessa in televisione) donne eminenti mettere in imbarazzo se stesse e i telespettatori con la loro presenza, e il constatare che nessuna di loro ha detto pubblicamente che Abu Dhabi, anche a fronte di alcuni progressi rispetto ai suoi vicini, ha una strada molto lunga da percorrere.
Immagino che la signora Zelenska sia disposta a recarsi ovunque per perorare la causa dell’Ucraina, ma il contesto era spietatamente ironico. In quanto a Hillary Clinton, se ricorda la sua famosa dichiarazione sui diritti umani, le parole le sono sicuramente rimaste in gola e la scritta che scorreva sotto la sua immagine televisiva avrebbe potuto recitare: “Buon Dio, cosa mi ha spinta a venire qui?”. Billie Jean ha chiarito di non guardare in faccia a niente quando si tratta di raccogliere fondi per lo sport femminile e ha proclamato allegramente “seguite i soldi!”.

Ci si chiede quanto gli Emirati Arabi e le aziende abbiano pagato le relatrici; dev’essere stata una bella somma, e se non lo era, sono state ben gabbate.
Tuttavia, nessuna di loro è considerata un’attivista, tanto meno una leader, del movimento delle donne. Ma che dire della mia cara amica e collega di molti anni, Gloria Steinem? È qui che il cuore mi si fa pesante. E mi si spezza.
Nelle settimane precedenti il suo viaggio ad Abu Dhabi, amiche intime e sagge colleghe politiche le hanno chiesto di non partecipare a questa conferenza “femminista”, visto dove si svolgeva.
Non si può dare un’imbiancata etica a un luogo con la reputazione di Abu Dhabi, nonostante tutte le sue sgargianti pubbliche relazioni sui suoi progressi in materia di diritti umani. Non importa quanto pagano. Non importa chi altro vi partecipi. Non importa quanti premi alla carriera conferiscano. Per di più, la fragilità fisica di Gloria (io e lei condividiamo le agonie del mal di schiena) sarebbe stata una scusa eccellente, diplomatica e veritiera, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Gloria, ragionevolmente, ha dato retta. Poi ha cambiato idea, e poi di nuovo, e alla fine ha deciso di andare. Forse altri hanno fatto pressione, forse ha ceduto perché era stanca. Ha persino elogiato la conferenza e i suoi organizzatori in televisione. Gli Emirati saranno stati contenti.

Sapeva che se fosse andata, avrei scritto di Abu Dhabi, della conferenza e della sua partecipazione. Gliel’ho detto in anticipo, in modo da non sorprenderla, e lei ha detto che naturalmente capiva. Eppure mentre scrivo queste parole sono in lacrime. Gloria e io siamo amiche da oltre mezzo secolo, siamo corse una in aiuto dell’altra, la nostra amicizia è passata attraverso matrimoni, divorzi, funerali, marce, malattie, scadenze, sit-in, libri, risate, discussioni e solidarietà politiche, mille alti e bassi. Siamo famiglia d’elezione l’una per l’altra.
Le sono molto affezionata. Questa critica non indebolisce in alcun modo questo legame. Continuerò – come spero farà lei – a tenerla cara e a lavorare con lei per tutto ciò in cui crediamo, fino a quando non ce ne andremo (io ho 82 anni e lei ne compirà 89 alla fine di questo mese, quindi il carro alato del tempo è ormai parcheggiato in doppia fila per entrambe).

Ma in questa occasione queste donne hanno oltrepassato il limite. Poiché sono eticamente responsabile di me stessa e mi sento responsabile nei confronti del movimento delle donne (e poiché leggo le mie mail), devo dissociarmi dall’ipocrisia che Abu Dhabi attualmente rappresenta. E sì, credo che riconoscere che partecipare alla conferenza è stato un errore sarebbe saggio, se non altro per la memoria futura.
Femminismo corporativo, grandi ricchezze, repressione politica: una potente troika che può cooptare donne selezionate per legittimare se stessa. Ma cosa dice questo alla lavoratrice migrante, violentata e picchiata dal suo datore di lavoro negli Emirati Arabi Uniti? O alla difensora dei diritti umani Amina Al-Abdouli, arrestata senza un mandato, separata dai suoi figli e ancora tenuta in isolamento dopo il suo sciopero della fame e il suo rifiuto di autoincriminarsi? O a Maryam Al-Balushi, incarcerata dal 2015 per aver pacificamente “pubblicato informazioni che disturbano l’ordine pubblico”, che è stata torturata e che, dopo aver tentato il suicidio, ora rischia altri tre anni per aver collaborato con i Rapporti delle Nazioni Unite sulle rappresaglie? Il progresso negli Emirati Arabi non è arrivato fino a loro. Queste donne sono ancora in prigione ad aspettarlo.

Le femministe possono “farsi avanti” solo fino a un certo punto senza cadere a faccia in giù, e forse non “sappiamo quanto valiamo” sul mercato, ma è molto meglio sapere quanto vale la nostra integrità. Per capirlo bisogna ascoltare quel che sussurra la coscienza, perciò credo che nel profondo di sé Gloria lo sappia. Perché è mia collega, sorella e amica. E perché le voglio bene.

*L’articolo è stato pubblicato il 20 marzo 2023 sul blog di Robin Morgan

 

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