Dal polo del lusso al campo di pomodori

Scrivendo sulle vicende immobiliari milanesi, avevo espresso indignazione perché un ristorante in zona Porta Genova mette davanti all’ingresso un signore nero ben vestito, che non ha altra funzione che quella di aprire la porta ai clienti. E sta lì dalla mattina alla sera, non solo nelle ore dei pasti. Ieri, passando da via Montenapoleone, dove non mettevo piede da anni, ho visto che questa usanza è praticata da tutte le grandi marche del lusso nei loro negozi. Ma non si rendono conto che questa è un’allusione esplicita alla triste figura dello Zio Tom? Non si rendono conto che in tal modo offendono la costituzione degli Stati Uniti, quella che accolse gli emendament al Bill of Rights dopo la sconfitta degli schiavisti del Sud? La prossima volta che vengono a Milano amici americani li voglio portare in Montenapo per vedere come reagiscono, perché anni fa, portando un regista tedesco a vedere il ristorante di cui sopra, non credeva ai suoi occhi e disse: “A Berlino una cosa del genere sarebbe impensabile”.

Certo, con tutto quel che succede, sono piccolezze, ma è per dire che questo capitalismo degli ultimi trent’anni ha cancellato la storia della borghesia dalla Bastiglia in poi e la storia della guerra di secessione americana. Si riconosce nell’albero genealogico che parte dalla tratta degli schiavi, così come Meloni, La Russa e Crosetto si riconoscono nell’albero genealogico che parte dalla Repubblica di Salò, pur essendo tutti figli di Berlusconi/Ligresti.

E la schiavitù o, se volete, la simil-schiavitù, dilaga nelle nostre campagne, nella logistica o nel trasporto (marittimo e stradale), insomma è presente in termini ben più preoccupanti delle allusioni allo Zio Tom in quella sfilza di negozi del lusso che parte dall’Emporio Armani in piazzetta Croce Rossa e arriva a San Babila scavalcando via Manzoni.

Penso allora agli amici delle ong che navigano tra Sicilia e Libia per recuperare migranti e mi dico: “Loro li portano in salvo, ma poi i ‘salvati’ finiscono in un campo di raccolta dove al mattino arrivano i pulmini dei caporali che li portano a raccogliere pomodori; dovrebbero collegarsi più strettamente con quelli che lottano contro la schiavitù nei campi, con la FLAI CGIL, la ‘Placido Rizzotto’ ecc… È il solito discorso della filiera, non puoi coprirne solo un segmento.” 

Se n’è accorta persino la Commissione Europea quando ha emanato la Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (2024/1760 Directive), immediatamente contrastata dalle organizzazioni padronali, a cominciare da quella tedesca. È la supply chain, la catena del valore che va monitorata sul rispetto dei diritti umani elementari, è il sistema delle forniture, degli appalti e subappalti, oggi messo sotto stress dai dazi ma sempre operante. 

Non avremmo mai pensato che il tema della schiavitù potesse diventare un giorno un capitolo del libro sul lavoro nelle società a capitalismo avanzato. Siamo stati ingenui o troppo “operaisti”. Goffredo Fofi il problema lo aveva ben individuato più di dieci anni fa. Ma ci si arriva anche partendo da altri capitoli, dal precariato, dall’esodo dei medici, dal lavoro nero nei bar e ristoranti, percorrendo i vari gradini della “discesa agli inferi”. Cioè da quella serie di condizioni lavorative di cui s’è parlato anche nel corteo per la difesa dei centri sociali e contro la Milano dei Catella, il 6 settembre a Milano, nel lungo percorso dalla Stazione Centrale a Piazza del Duomo. 

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