Corpi rubati

di Robin Morgan
Illustrazione di Marilena Nardi
Traduzione di Margherita Giacobino

 

Se la Corte Suprema degli Stati Uniti rovescia o scardina la storica sentenza del processo Roe v. Wade, uno dei principali precedenti in fatto di diritto di aborto, è certo o probabile che l’aborto sarà vietato in 26 stati.

In tredici stati – Arkansas, Idaho, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming – scatterebbero meccanismi legali  che vieterebbero automaticamente l’aborto nel primo e secondo trimestre. Altri quattro stati (Florida, Indiana, Montana e Nebraska) hanno una composizione politica, una storia e altri indicatori – come azioni recenti per limitare l’accesso all’aborto – che indicano la probabilità che, senza le protezioni federali in atto, l’aborto venga vietato molto presto.

Oltre ai 26 stati in cui la proibizione è certa o probabile nell’immediato, altri stati hanno dimostrato ostilità verso l’aborto adottando molteplici restrizioni in passato, ma non è probabile che vietino l’aborto nel prossimo futuro.
Il 58% delle donne statunitensi in età riproduttiva – 40 milioni di donne – vive in stati ostili al diritto di aborto.

Le statistiche che seguono, relative al periodo 2008-2014, le devo all’illustre Guttmacher Institute for Reproductive Rights e all’ottimo articolo “The Abortion Underground” di Jessica Bruder, la storia di copertina sul numero di maggio di The Atlantic.

Nessun gruppo razziale o etnico è maggioritario tra le donne che hanno abortito nel 2014.
Il 39% erano bianche, il 28% nere, il 25% ispaniche, il 6 per% asiatiche o isolane del Pacifico e il 3% di altra origine.
La maggioranza di esse (60%) era tra i 20 e i 30 anni, seguiva il gruppo delle 30-40 enni  (25%).

 

  • Il 59% delle donne che hanno abortito nel 2014 aveva avuto almeno un parto precedente.

 

  • La grande maggioranza di loro (94%) si è identificata come eterosessuale. Il quattro per cento si è identificato come bisessuale; meno dell’uno per cento come lesbica.
  • La maggior parte delle donne (53%) ha pagato l’aborto di tasca propria; Medicaid è stato il secondo metodo di pagamento più comune, usato nel 24% dei casi.

La maggioranza delle donne che hanno abortito ha indicato un’affiliazione religiosa: Protestanti (17%), evangeliche (13%), cattoliche (24%), altre religioni (8%).

Le donne povere continuano a rappresentare una quota sproporzionata tra quelle che abortiscono, sono passate dal 42% al 49% durante il periodo di sei anni, soprattutto a causa dell’aumento della popolazione di donne in età riproduttiva che sono povere. Ora accade che il 75% delle pazienti che abortiscono sono a basso reddito, cioè il 49% vive a meno del livello di povertà federale, e il 26% vive appena sopra il livello di povertà.

Per la prima volta in assoluto, gli stati americani hanno emanato più di 100 restrizioni all’aborto in un solo anno, ben 106 fino ai primi di ottobre 2021, il numero più alto da quando Roe v. Wade è passato in giudicato nel 1973.

Questi sono i numeri. Quella che segue è una storia.

Ho sposato il primo uomo con cui sono andata a letto. Niente male, come morale antiquata, no?
Beh, in realtà l’ho sposato due anni dopo, ma allora non me l’aspettavo. Avevo 18 anni ed ero vergine. Lui aveva 10 anni di più, era gay ed era un poeta – e se questo vi incuriosisce, potete controllare i dettagli nel mio libro di memorie, Saturday’s Child. Ma il punto è che volevo fare sesso con lui, e l’ho fatto in modo intenzionale e anche pianificato, perché in quel momento avevo le mestruazioni e credevo alle vecchie dicerie della nonna secondo cui avere il ciclo ti impediva di rimanere incinta. Ebbene, il ciclo seguente non si è presentato.

Panico. All’epoca vivevo con mia madre e sapevo che, a dir poco, non sarebbe stata felice. Vedevo già nel mio futuro urla e litigi furiosi. Mio padre se n’era andato da tempo e avevo il terrore di diventare anch’io una madre single, ripetendo la mia infanzia. Inoltre, volevo disperatamente diventare una scrittrice.

A quel tempo, ero innamorata degli scritti di Albert Schweitzer, di cui ignoravo le prospettive totalmente fallocentriche ed eurocentriche. Ero sentimentalmente colpita dalla sua “reverenza per la vita”, senza sapere che questa reverenza, per lui, aveva la pelle di un bianco patriarcale, e ignara dei suoi atteggiamenti paternalistici, infantilizzanti e razzisti verso i popoli africani di cui si dichiarava al servizio. Non che Schweitzer fosse insolito per l’epoca: era un patriarca tedesco alsaziano del 19° secolo, insignito dei premi Nobel e Goethe, e famoso nel mondo come scrittore, teologo, missionario, medico e, come si diceva allora, “umanitario”.

Vi prego di ricordare che avevo solo 18 anni e senza dubbio stavo cercando delle figure paterne. In ogni caso, il termine reverenza per la vita per me suonava come una filosofia completa e raffinata, e non andai a sindacarne le condizioni nei suoi scritti, come per esempio che si deve mostrare reverenza per la vita in tutti i campi, a meno che non sia assolutamente necessario fare altrimenti.

Così quando, dopo il mio memorabile anche se deludente primo incontro sessuale, non ho avuto il ciclo per una settimana, e poi un’altra settimana, e poi una terza, ho vissuto la crisi che milioni di donne hanno attraversato e attraversano ogni giorno. Era il 1959 – la fine dei mortiferi anni ’50 – e i tre diversi ginecologi da cui mi mandarono gli amici a New York non vollero nemmeno visitarmi, tanto avevano paura della legge. Nel frattempo, la mia adorazione per Schweitzer era rapidamente scomparsa, e avevo scoperto che la mia stessa vita poteva essere non meno degna di venerazione del tessuto fetale che portavo dentro di me. Poi – miracolo dei miracoli, o perché non reggevo più lo stress o semplicemente perché era passato del tempo – mi vennero le mestruazioni.

È interessante notare che quando finalmente lo dissi al poeta gay che sarebbe diventato mio marito e, un decennio più tardi, il padre del nostro tanto desiderato e benvenuto bambino, lui si infuriò. “Come osi anche solo pensare di abortire mio figlio?“, tuonò. Mio figlio, mio figlio, echeggiava nella stanza assordandomi. Con il tempo lui sarebbe diventato un grande femminista, maestro nello spiegare alle donne il loro diritto di scelta, ma quelli erano gli anni in cui una coppia tornava a casa da una manifestazione, e mentre lei si puliva il gas lacrimogeno dagli occhi e andava a preparare la cena, lui si stendeva sul divano con una copia della rivista Ms. e le dava lezioni su “cos’è che voi donne dovreste fare”. Comunque, sono sopravvissuta alla sua indignazione, e quando sono rimasta incinta un decennio dopo, è stato per volontà comune e con gioia reciproca. Il figlio è venuto su splendidamente, e io sono felicemente divorziata da quasi quarant’anni.

Ironicamente quando, più tardi, la rivista Ms. lanciò la sua prima campagna “Ho abortito”, imitando le donne francesi che avevano sfidato la vergogna e le leggi, non potei firmare, perché in realtà non avevo abortito. Ero stata solo fortunata.

Ma la fortuna non salvò le innumerevoli altre donne che morirono, in modo raccapricciante, in aborti clandestini sui tavoli di cucina negli anni ’50 e nei primi anni ’60. Solo verso la fine degli anni ’60 il nascente movimento femminista cominciò a concepire delle alternative, e negli anni ’70 fu creata un’intera rete. Come attivista, ero una di quelle che le donne chiamavano per essere indirizzate a un medico o infermiera o ostetrica di fiducia. Ricordo che, per richiamare, uscivo in strada per usare le cabine telefoniche. Ovviamente non esisteva l’online, e non c’erano smartphone, né email, né sms. Quello che chiedevamo nelle nostre manifestazioni e marce era che l’aborto fosse legale, idealmente libero come diritto umano, e in ogni caso una questione tra una donna, il suo medico e suo marito.

Gradualmente, molto gradualmente, abbiamo cominciato a togliere di mezzo “suo marito”. Ora stiamo abbandonando anche il “suo medico”, a meno che non sia necessario. Man mano che l’interruzione della gravidanza diventa sempre più democratizzata, sorge inevitabilmente la domanda: “Perché non solo la donna? È per caso il marito a essere incinto? O il medico?

I ladri di corpi della destra, specialmente l’ipocrita e rabbiosa destra religiosa fedele a Trump, (le cui donne abortiscono più di qualsiasi altro gruppo religioso, tra l’altro) possono tuonare e schiumare dalla bocca, ma le interruzioni di gravidanza medico-farmaceutiche sono già più della metà di tutte le procedure: la tecnologia e le opzioni che ne scaturiscono hanno de facto già vinto. Naturalmente, dobbiamo lottare per mantenere la sentenza Roe e, se cade, per reintegrarla su basi ancora più forti. Ma finché ci saranno donne, ci saranno interruzioni di gravidanza di tessuto fetale indesiderato, in un modo o nell’altro, con procedure che sono più sicure del parto. La differenza è che meno donne, e alla fine nessuna, moriranno.

Ma tutto dipende da quante donne ricevono queste informazioni. Condividetele, inviatele, twittatele, postatele, parlatene, scatenatevi sui vostri social media. L’informazione è potere.

Per ora, la reverenza per la vita è tornata dove deve stare: con la donna senziente, pienamente umana. Non in mano al suo medico. Né a suo marito. O al suo amante. O a qualsiasi uomo. Con lei sola. Il suo corpo. Diamo fiducia alla donna. È la donna che decide.

 

Nota: I dati statistici riportati da Robin Morgan sono più dettagliati, li trovate nell’articolo originale qui

 

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