… tra fratelli, coltelli e manganelli
di Cristiano Chiarot
Vignetta di Pat Carra

Mena et impera: altro che manuale di strategia imperiale, qui siamo alla versione condominiale, con sfratti selettivi. L’ormai collaudato metodo governativo non prevede più scene madri: basta una firma, ben assestata, e il gioco è fatto. A Venezia, per esempio, niente farse in costume, solo licenziamenti chirurgici. Così, con un comunicato del sovrintendente Nicola Colabianchi, asciutto come una pratica amministrativa, la direttrice musicale – o meglio, quella che tale non farà in tempo a diventare – Beatrice Venezi viene accompagnata alla porta prima ancora di averla fisicamente attraversata.
Motivazione ufficiale: dichiarazioni un filo sopra le righe, tra accuse di nepotismo agli orchestrali, necrologi anticipati al teatro e qualche sberleffo di troppo, reiterato a pubblico e abbonati, cioè a quelli che, volgarmente, pagano.
IL DETTAGLIO divertente è che la direttrice non era nuova a queste uscite: in passato aveva già definito la gestione della Fenice “un caos” e aveva persino applaudito chi liquidava gli orchestrali come “pippe”. All’epoca, però, tutto era passato con una certa indulgenza. Questa volta no. Domenica scorsa, dopo l’ennesima esternazione, da Roma dev’essere partito un “adesso basta”. E il sovrintendente, disciplinato, ha trascritto questa volontà. La scena successiva è da teatro nel teatro: applausi veri, festeggiamenti autentici, durante una recita alla Fenice. Lavoratori e pubblico uniti in un momento di gioia condivisa. Negli ultimi mesi avevano chiesto, con crescente malessere e un incalzare di manifestazioni civilissime e memorabili, l’allontanamento della Maestra Venezi, giudicandone la nomina più politica che musicale, più ornamentale che necessaria. E anche altre fondazioni italiane – da Milano a Firenze – si sono accodate ai brindisi. Avvenimento quasi miracoloso, una decisione della destra di governo accolta con entusiasmo trasversale.
A stretto giro arriva anche il consenso ministeriale. Proprio quel Ministro Giuli che, solo pochi mesi fa, incoronava la Venezi “principessa di Venezia”. Ma perché tanta solerzia, tanto zelo improvviso? Più probabilmente, dietro le quinte – dove si recita sempre meglio – agitano altri spartiti: i sondaggi per le elezioni comunali a Venezia del 24 e 25 maggio. Il candidato del centrosinistra, Andrea Martella, sostenuto da una coalizione ampia (Cinque Stelle, Verdi e Sinistra, Rifondazione Comunista, Italia Viva, Psi, +Europa e Radicali, più liste e civiche), risulterebbe in vantaggio. E il punto davvero urticante è che una fetta non trascurabile di elettorato di destra pare orientata a votarlo, anche per una certa allergia alla nomina della Venezi e alle sue esternazioni più vaniloquenti. Da qui la soluzione più antica del mondo: tagliare il ramo, nella speranza che l’albero elettorale rifiorisca.
NEL FRATTEMPO, un secondo, più discreto ma non meno sonoro stramuson – come a Venezia si dice manrovescio- raggiunge il Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Già guardato con sospetto per aver riaperto il Padiglione Russia per la prossima Biennale, paga ora anche la sua amicizia con la direttrice caduta in disgrazia. Era stato lui, nei mesi scorsi, a promuoverla con zelo, introducendola nei salotti giusti. Indimenticabile la scena alla Giudecca: lei, in versione Epifania colta, impegnata in una lectio sul valore della musica e il significato del Va’ pensiero; lui, premuroso, immortalato mentre le reggeva lo strascico – cioè il trolley – tra due ali di sorveglianza, come in una processione laica ma molto televisiva.
Ora, però, gli equilibri cambiano con la rapidità di un cambio scena: l’ex amico Giuli sottrae all’ex collega una presenza ingombrante e, con essa, un’ambizione condivisa. Fratelli coltelli, si diceva una volta. Qui, con un aggiornamento lessicale più consono ai tempi, anche manganelli.
L’articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2026 su il manifesto
