Io e la natura | 89° puntata

Cronache di una cittadina trapiantata su un selvaggio bricco del cuneese

di Manù e Andrea Ferrante

Sono a spasso e guardo attentamente dove metto i piedi.
In questa stagione è pieno di serpenti, poco visibili nell’erba alta e io non ho nessuna voglia di pestarne uno.
Mi fermo di colpo.
In mezzo al sentiero vicino ai miei piedi ci sono due minuscoli occhi che mi guardano .
Mi abbasso per vedere meglio e prendo atto che oltre ai due occhi c’è anche un becco spalancato.
Un pullo di cincia.
Lo raccolgo e mi guardo intorno, ma non vedo il nido da dove è caduto.
È piccolissimo e praticamente implume a parte qualche calamo sulle ali.
(Calami: parte inferiore e cava delle penne, anche detti canne o astucci. Sono il rivestimento in cheratina da cui emergeranno le nuove piume.)
Anni fa mi capitò di trovarne uno e crescerlo ( Minimo) e so che non possono stare a lungo senza mangiare.
Non sapendo da quanto è in terra lo porto immediatamente a casa.

Dicono che i cuccioli sono tutti belli ma il pullo di cincia deve essere un’eccezione.
L’ho chiamato Rintintin, non perché mi ricordi il famoso pastore tedesco, ma perché portandolo a casa l’ho interpellato dicendo – Olà Rintintin !- e lui mi ha risposto con un sonoro Cíu! spalancando il becco.
Non è messo bene. Per ora è già tanto se passa la notte.
Un pullo di cincia viene nutrito prevalentemente con bruchi, minuscole cavallette e piccoli grilli, ogni mezz’ora circa dall’alba al tramonto che vuol dire 31 volte al giorno dalle cinque e mezza del mattino alle nove di sera, cioè praticamente sempre.
Per sopperire all’emergenza preparo un omogenizzato di pollo e manzo, che sembra gradire ma so di non poterglielo dare a lungo perché potrebbe causargli dei danni irreversibili.

Sono le quattro del mattino e io sono nel roseto con una pila a cercare bruchi che sono più attivi nelle ore notturne.
Attivi sono attivi, a giudicare dalle foglie quasi completamente rosicchiate, ma io non ne trovo neanche uno.
Dopo un’ora torno a casa con un magro bottino, tre minuscoli bruchi, che non mi bastano neanche per il primo pasto, le cincie sono note per essere molto voraci.
La cosa più facilmente reperibile per me sono i lombrichi che però non vanno bene. Non fanno parte della loro dieta e sono portatori di un batterio polmonare che può causarne la morte.
Di cavallette e grilli è pieno, ma sono difficili da catturare.
L’alternativa perfetta sarebbero le camole della farina e del miele ma per andare a comprarle devo fare dei chilometri .
Dovendo dare da mangiare a Rintintin in continuazione non posso muovermi da qui, già me lo porto sempre dietro nel marsupio per poter svolgere le incombenze quotidiane.
Continuo con l’omogenizzato e a cercare bruchi.

Sono passati tre giorni e Rintintin sta benissimo, io in compenso sono distrutta, sull’orlo di un collasso.
Però sono più tranquilla.
Ho rotto le scatole al signore che abita a due chilometri da qui e l’ho mandato in spedizione a comprare camole.
Lui, ormai abituato negli anni alle mie richieste più bislacche, non commenta neanche più, si limita a scuotere la testa e mi asseconda.
Dopo aver dato l’ultimo pasto serale all’infante, distrutta vado a dormire anch’io e mi giunge qualche perplessità sulla mia stabilità mentale quando nel dormiveglia mi rendo conto che la più grande soddisfazione della giornata è stata quella di avere il frigo pieno di camole vive, che tra l’altro puzzano anche un po’.
Rintintin cerca il calore delle mie mani. Appena ne ha l’occasione ci si arrampica , si accoccola nel palmo e si addormenta.
(I pulli non hanno un sistema di termoregolazione corporea. Si scaldano nel nido un con l’altro, di solito tre o quattro, nel caso delle cincie. Trovandosi da soli il calore del corpo si disperde e si ritrovano ad avere freddo anche se la temperatura ambiente è alta).
È durante uno di questi momenti che si sveglia di colpo e mi guarda. Guarda proprio me!
Uno sguardo calmo e attento.

Probabilmente si sta solo chiedendo come mai non ho neanche una piuma, ma vengo travolta da una profonda emozione.
Che il cielo mi aiuti!
Io che non sopporto il romanticismo, le persone sdolcinate, le eccessive manifestazioni di affetto e il sentimentalismo, mi ritrovo a sciogliermi
come un gelato al sole perché un mostriciattolo di pochi grammi mi guarda.
Speriamo di non peggiorare invecchiando.

Quando ci si intromette nel naturale decorso di madre natura (che in questo caso avrebbe lasciato morire Rintintin lì dov’era) è piuttosto evidente se si sta facendo un azione decisamente sbagliata, ma non si è mai sicuri se si sta facendo la cosa giusta.
Sono passati cinque giorni e qualcosa non va.
Rintintin è piena di vitalità – ho deciso che è femmina – ma noto che ha la tendenza a stare sempre su un fianco e questo non è normale.
Un paio di giorni dopo, quando inizia a voler saltellare fuori da quello che è diventato il suo nido, capisco il perché.
Ha una zampa rotta.
Saltella pietosamente su un piede solo, perdendo in continuazione l’equilibrio.
È un grosso guaio.
Se non si mette a posto, Rintintin non sarà mai autonoma e io cosa faccio con un’uccellina diversamente abile che per sua natura non può
adattarsi alla cattività ma sarà costretta a vivere in gabbia?
Forse se la lasciavo dove l’ho trovata le facevo un favore.

Sono passati nove giorni che a me son sembrati sei mesi, da quando ho trovato Rintintin.
Sono un po’ sollevata. Durante le pause tra un pasto e l’altro (troppo brevi, purtroppo) piazzo Rintintin in una vecchia gabbietta così può allenarsi a saltellare un po’. Oggi l’ho trovata sul trespolo, in equilibrio piuttosto precario, ma ritengo che con la sua zampa rotta sia un grosso traguardo.
Purtroppo però cercare di mettere in piedi un uccellino e avere sei gatti non è quello che si definisce un connubio perfetto e poco dopo quando apro la gabbietta per nutrirla , arriva quatta quatta LaLindo che fulminea le vola addosso.
Rintintin si mette a gridare, io mi metto a gridare, LaLindo terrorizzata da tutte queste grida si mette a gridare anche lei e scappa via.
Prendo in mano la piccola cercando di farla riprendere dallo spavento, non sembra ferita.
Decido di metterla al sicuro appendendo la gabbietta in alto ma mentre lo faccio si stacca il fondo e Rintintin finisce dritta nel vaso di cactus che c’è sotto.
Ciò che non ti uccide ti fortifica.

Ho scoperto che a una trentina di chilometri da qui c’è un centro recupero di animali selvatici.
Li contatto, gli spiego la situazione e loro mi dicono che appena Rintintin ha un’autonomia dal cibo sufficientemente lunga da poter affrontare il viaggio, posso portargliela. hanno veterinari esperti e spazi adeguati con altre cincie, volontari che se ne occupano e soprattutto non hanno sei gatti.
È l’unica possibilità che ha per poter essere un giorno rimessa in libertà.
Il tredicesimo giorno gliela porto.

Oggi mi è arrivato un aggiornamento dal centro recupero.
Rintintin sta bene, anche la zampa sembra migliorare ed è stata messa in una voliera più grande, per farle rinforzare la muscolatura.
Sono contenta.
Buona fortuna Rintintin e grazie per tutto quello che mi hai lasciato.
Io comunque volevo dire che per un po’ sono a posto.
Di tutte le camole che avevo in frigo e che ho portato al centro recupero, ne ho tenute un po’.
Non si sa mai.

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